PORDENONE. Volevano sposarsi, «pensando così di alleviare un po’ il dolore dei genitori». Con voce piana e ferma, Massimo De Biasio racconta davanti alla telecamera del
Tg2 la storia di un amore giovane ma dalle ambizioni grandi. L’amore tra lui e la sua «tenera» Sanaa, un amore soffocato dall’ira di un padre padrone, da una furia animale. «Ho cercato di fare di tutto per difenderla – dice dal letto d’ospedale De Biasio-, ma l’ira del padre era talmente cruenta che non ce l’ho fatta». La sua ragazza, la compagna con cui pensava di costruire il futuro, gli è stata portata via da chi le aveva dato la vita. Da un padre che ha scelto di punire la ribellione della figlia con il sangue.
La voce è pacata, trema solo quando la memoria è chiamata a tornare sul ricordo di Sanaa, la ragazza con cui fino a qualche giorno fa pensava di condividere la sua vita, i suoi progetti per il futuro. «Era una ragazza stupenda, sempre col sorriso, sempre molto tenera. Mi ha detto che gli ultimi tre mesi che ha fatto con me, che ci vedevamo, sono stati i tre mesi più belli della sua vita».
Massimo De Biasio lo racconta davanti alle telecamere, dall’ospedale di Pordenone dove è ancora ricoverato. Ha subito due interventi, le braccia completamente fasciate nascondono le ferite che l’assassino del suo amore gli ha procurato. Ma le ferite più gravi sono quelle che la morte di Sanaa ha lasciato dentro di lui, quelle che lo portano con durezza a dire che «la differenza d’età non c’entra nulla». La causa dell’omicidio è stata «la religione, la loro mentalità» ha detto senza esitazioni al microfono, riferendosi alla chiusura dei genitori della sua compagna.
«Il padre non mi conosceva, non mi aveva mai visto. Mi ha conosciuto solo l’ultimo giorno», l’ultimo giorno della vita di Sanaa e dell’amore tra i due ragazzi. El Ketaoui Dafani non conosceva Massimo, ma sapeva bene della sua esistenza. «Se vi vedo insieme vi uccido. Questo scriveva sui messaggi con il telefonino – prosegue Massimo -, però, non si va mai a pensare una cosa del genere». Non lo poteva credere Massimo cresciuto in una famiglia in cui dialogo e apertura non sono mai mancati, una famiglia che aveva accolto Sanaa come una figlia. E forse non lo poteva credere nemmeno Sanaa che, pur essendo ricorsa più di qualche volta a bugie per vedere il suo amore, pur essendo andata via di casa senza dire la verità con il coraggio che solo l’amore e i 18 anni danno, probabilmente pensava che prima o poi la famiglia avrebbe capito. Avrebbe suo malgrado accettato il suo desiderio di indipendenza, di vivere come le ragazze italiane della sua età.
Ma non El Ketaoui. E se la madre di Sanaa è pronta a perdonarlo, non lo può essere Massimo. «Delle persone così integraliste - ha dichiarato con fermezza De Biasio - devono stare a casa. Non possono pensare di venire in Italia con i figli, farli frequentare persone italiane, mandarle a scuola o al lavoro e non pensare che magari possa nascere qualcosa con un italiano. È impossibile. Se qualcuno ha una mentalità così ristretta è meglio che stia a casa sua e basta».
E pensare che i ragazzi, nonostante la giovane età di Sanaa, avevano anche pensato di sposarsi «per alleviare il dolore che potevamo creare ai genitori» ha spiegato Massimo. Più che un dolore un vero e proprio disonore per Dafari, un disonore che l’uomo ha lavato con il sangue del suo sangue, senza versare lacrime, senza tradire apparentemente emozioni o compassione. «Ho cercato di fare di tutto per difenderla – ha raccontato Massimo -, ma l’ira del padre era talmente cruenta che non ce l’ho fatta».
Martina Milia
18 settembre 2009