Quando Kipling
vide e raccontò
la Grande Guerra

Itineraria e le tracce dei grandi autori in Friuli «L’Italia è il mondo piú strano che conosca».

    di Maria Paola Frattolin

    Un’Italia frastornante, bellissima, seducente, ma di fatto incomprensibile, contraddittoria, oscura. È l’impressione che ne ricavò nel 1917 lo scrittore inglese Rudyard Kipling e che riversò in un articolo per il Daily Telegraph, “La guerra nelle montagne. Impressioni dal fronte italiano” rimasto finora inedito perché censurato dalle autorità britanniche, che anticipò il libro “La Guerra delle montagne” pubblicato nello stesso anno. L’articolo è il pezzo forte del volume “Artisti in Viaggio ’900, presenze foreste in Firuli Vg”, realizzato da Itineraria con l’apporto di 29 studiosi delle università di Udine, Trieste, Padova e Venezia. Il volume sarà presentato mercoledí 30, alle 17.30, a palazzo Florio all’università di Udine. Curatrice e artefice della riscoperta del testo di Kipling, è Maria Paola Frattolin che qui ce ne scrive.

    * * *

    Nel maggio del 1917, quando «l’orrendo macello» di una guerra senza fine era ormai sotto gli occhi di tutti, il Papa, Benedetto XV, continuava a lanciare appelli per far finire la guerra e i popoli d’Europa chiedevano la pace, Joseph Rudyard Kipling giunse in Italia. Visitò tutto il fronte dal 9 al 14 dello stesso mese. Durante quei giorni scrisse sei articoli che prima di essere pubblicati furono letti attentamente anche dai servizi di censura delle forze armate britanniche.

    Cinque uscirono nel giugno seguente sul Daily Telegraph e, successivamente quello stesso anno, nel volume La Guerra nelle montagne, prima in inglese prima e poi in italiano. Il libro ebbe in seguito numerose edizioni ed è opera nota. La censura intervenne pesantemente invece sul primo articolo, quello scritto da Roma, che non fu mai dato alle stampe. Fu “tagliato” in quanto avrebbe potuto danneggiare le relazioni con l’alleato in guerra. Questo articolo è pubblicato e tradotto per la prima volta integralmente nel volume Artisti in Viaggio ‘900. Presenze foreste in Friuli Venezia Giulia, per gentile concessione dell’Università di Syracuse.

    Kipling vi esprime commenti ostili sul numero degli aristocratici “imboscati” a Roma, critica la nobiltà romana, impegnata in allegri ozi mentre al fronte i soldati continuavano a morire. Traccia un’amara descrizione di quella società che con molta probabilità rifletteva la visione sincera di Kipling del modo complesso e ambivalente di “fare politica” nella capitale. Fu un soggiorno breve, ma intenso quello a Roma, città che gli descrive in una dicotomia di bellezza e oscurità. Roma è immersa in un clima dolcissimo, «heavenly warmth», con un’esplosione di fiori di glicini e rose sui muri, una fioritura radiosa che pare dimentica di ogni dolore al mondo, di ogni guerra. Ma l’atmosfera che percepisce non gli piace. Sente corruzione nell’aria e lo dice chiaramente.

    Troppi intrighi, troppi inganni, troppe ombre di antichi imperatori ad ammorbare l’aria: «Quando si arriva a Roma, si percepisce la malizia nell’aria, come l’odore lasciato dal gas dietro le camerate dei soldati No! Roma non è in questo momento una città di sentimenti sani, neppure sotto i vividi cieli di maggio, con glicini e rosai risplendenti sulle facciate delle case e solo tre mendicanti – poiché li ho contati – nelle loro solite posizioni. Ci sono i fantasmi di troppi Cesari che freddamente disapprovano i tumulti deprecabili e i movimenti popolari». Ai suoi occhi sono troppi anche gli affascinanti ed eleganti dandy per le strade, nei caffè e nei ristoranti, seduti in spensierata conversazione in compagnia di belle signore e che paiono lontano anni luce dalla preoccupazione della guerra.

    Registra i commenti di chi è insensibile a tutto quello spettacolo e chi invece mantiene un atteggiamento critico, anche se consapevole della natura della città eterna, tanto che lo scrittore si sente piú volte rammentare che «Roma è Roma»: «Ma – han detto gli italiani che avevano una visione meno distaccata sulla guerra, uomini dal dorso delle mani bruciato – La Roma che vedi ha ben poco a che fare con l’Italia e meno con la nostra nuova Italia. Ma ricordati, Roma è Roma. È sempre stata». Eppure, nonostante la crudezza delle parole che usa, da intellettuale finissimo e cronista d’eccezione, da poeta, indagatore dell’animo umano, e soprattutto da uomo, che ha conosciuto un infinito dolore, Kipling cerca di riflettere sulle ragioni che possono sfuggire alla mera conoscenza materiale. Non giustifica, ma cerca di capire. Perché c’è di piú nella Storia di quanto noi possiamo comprendere. Perché il mondo deve essere piú di quanto noi vediamo: «E io credo questa sia la verità.

    Lo spirito della città che fu prima di tutto il nostro mondo e che edificò tutto il nostro mondo, che ha decretato le leggi, e che fino a poco tempo fa ha plasmato il pensiero di tutto il nostro mondo, un tale spirito deve legare le anime dei suoi cittadini con lacci che né loro né noi possiamo immaginare, tanto meno risalire a quelli che sono stati i loro primi, profondi legami». «Questo paese - annota ancora - ha piú occhi della coda di un pavone (…)è il mondo piú strano e ingannevole ove io sia mai entrato, niente assomiglia minimamente al suo aspetto esterno, quando ti è detto di andare a nord-ovest significa che devi virare a sud-est. Sarò enormemente felice di incontrare di nuovo veri e semplici soldati».

    Cosí sarà. E le parole aspre e i confronti duri che qui leggiamo, si trasformeranno in elogio e sconfinata ammirazione per gli italiani dei quali apprezza la mancanza di pompa e di vanità, la naturale temperanza, le rigide abitudini, la prudenza e la propensione al risparmio, la capacità di fare con poco e di far del poco il tutto. Mette in luce l’equilibrio, la tenacia e l’affidabilità dei nostri uomini al fronte, in particolare degli alpini, nei quali ammirò le stesse qualità oggi riconosciute nell’impegno civile: la semplicità, la saldezza e l’efficienza e, addirittura, la snellezza della burocrazia in confronto a quella inglese.

    L’immagine con cui si chiude l’articolo ha il valore di una profezia. La visione della folla che si riversa come una marea, fa pensare a quello che fu il drammatico numero di caduti della Grande Guerra, una moltitudine.

    A conflitto concluso, il fardello di quella paurosa immensità, insieme ai popoli che l’avevano subita, costituí una forte pressione sui governi di allora, in alcuni casi sovvertendoli. Fu una moltitudine che allora fece la Storia. All’indomani della guerra, gli imperi centrali collassarono e furono spazzati via. Tutto cambiò all’improvviso, come dopo una marea che travolge e muta, lasciando i relitti sulle rive.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    22 novembre 2011

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