Pasiano, i carabinieri arrestano il mandante. Vive a Trento e avrebbe avuto rapporti di lavoro col titolare della Roiatti
PASIANO. Alessio Prosdocimo è stato picchiato perchè qualcuno voleva punire il padre. A ordinare il pestaggio, eseguito con freddezza da due operai romeni, è stato un napoletano, Fernando Abate.
I carabinieri di Conegliano e Oderzo sono arrivati a lui dopo una lunga attività d’indagine corroborata, negli ultimi giorni, dalle confessioni dei due stranieri accusati di essere gli esecutori materiali dell’agguato avvenuto la notte del 21 settembre scorso. Onisor Ivanciu e Gheorghe Spiridon, in carcere da novembre, alla fine hanno ceduto rivelando, secondo quanto trapela, elementi utili a far luce sul “terzo uomo”, quello a cui gli investigatori hanno sempre creduto.
I militari lo hanno arrestato a Trento dove vive da alcuni anni. Lo hanno fermato in casa. «È una persecuzione» ha urlato l’uomo già noto alle forze dell’ordine per alcuni precedenti per furto. In casa, cinque coltelli a serramanico, una bastone estendibile, uno storditore elettrico. Armi da aggressione, più che difesa, per lui che si divide tra un lavoro da operaio e uno da buttafuori per alcuni locali della zona.
Sulla sua colpevolezza non hanno dubbi nè gli investigatori nè il gip del tribunale di Pordenone Piera Binotto, che ha firmato la custodia cautelare in carcere mettendo in evidenza la «natura mafiosa» dell’agguato ai danni del 21enne di Meduna di Livenza, ma anche la possibilità che Abate comandasse altri attentati.
Nell’abitazione dei due operai romeni infatti i carabinieri hanno trovato veri e propri “pizzini” attraverso i quali Abate identificava obiettivi e quantificava gli ingaggi. Ce n’era uno per il pestaggio di Prosdocimo, pagato 1000 euro, e ne sono stati trovati altri per comandare altre punizioni o avvertimenti ai danni di altrettanti imprenditori e commercianti.
«Se non potevamo picchiare noi – avrebbero confessato i due rumeni in carcere – andavano bene anche parenti stretti». Mandante ed esecutori comunicavano via posta. Niente cellulari, niente sms. «Abate è una persona circospetta» spiegano i carabinieri, che nella sua abitazione hanno sequestrato anche computer e altri carteggi dai quali sperano di capire «cosa» abbia guidato il braccio violento del napoletano.
Il nodo chiave di tutta la vicenda va infatti ancora sciolto. Gli investigatori sono sicuri che Alessio sia stato pestato a Pasiano per punire il padre, titolare della nota azienda di trasporti e traslochi Roiatti di Pordenone. Ma cosa abbia fatto l’uomo per meritare un simile trattamento non è chiaro. Lui, interrogato più volte dopo il rapimento e il pestaggio del figlio, ha ribadito di non avere mai ricevuto minacce o avvertimenti. Nulla. Nemmeno una telefonata anonima. Allora perchè nella lista nera?
Sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori i rapporti commerciali della Roiatti nel sud Italia, in special modo con lo scalo merci napoletano dove l’azienda affidava alcuni incarichi a una società a rischio limitato i cui dirigenti avevano stretti rapporti di parentela con Ferdinando Abate. Che alla base di tutto ci sia il tentativo di espansione della camorra? È un’ipotesi che nessuno, oggi, accredita. Ma che non può essere scartata a priori.
Sul caso indagano i carabinieri di Treviso, ma anche i colleghi di altre province, Trento in testa. La lista di nomi e cognomi scoperta all’interno della casa dei picchiatori potrebbe fornire infatti altri elementi utili a capire il «mandante occulto» della serie di pestaggi che Abate preparava. «Abbiamo allargato l’allerta ad altre procure» sottolineano i carabinieri di Treviso che intanto plaudono alla fine di un’indagine complessa e delicatissima.
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