Morta a 88 anni a Cracovia una grande voce dell’Est. Il viaggio in Friuli nel 2009. Autrice di versi cristallini e fulminanti. Amava dire: «Ogni istante è un miracolo».
Il mondo della poesia e Udine in particolare, perché era la città dove si era sentita particolarmente amata, ha perduto ieri una delle voci piú limpide e riflessive: Wislawa Szymborska. Premio Nobel per la letteratura nel 1996, poetessa e filologa, è morta a 88 anni nella sua casa di Cracovia «tranquillamente, nel sonno». Il Nobel le era stato assegnato «per la capacità poetica che con ironica precisione permette al contesto storico e ambientale di venire alla luce in frammenti di umana realtà». Il primo aprile del 2009 Szymborska fu ospite a Udine e animò un incontro al Palamostre che resterà nella memoria collettiva e in quella del nostro maggiore poeta, Pierluigi Cappello. Lo scrittore Alberto Garlini ricorda per noi quei giorni e il valore universale di Wislawa Szymborska.
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Poche poetesse sono riuscite a definire la poesia e l’epoca con la leggerezza e l’arguzia di Wislawa Szymborska. Non credo sia questione di talento, o di fortuna, o di altro. La poesia, quando è poesia riuscita, è in fondo un gesto semplice, quasi antropologico. Un essere abitati e uno stare bene nel luogo in cui si abita. Piangere la sua morte è piangere qualcosa di noi che sparisce, una opportunità per vederci chiaro, per vederci meglio, forse per andare a fondo, con leggerezza, a quel senso di noi che sempre sfugge, quasi sorridendo.
«Ad alcuni piace la poesia / ad alcuni cioè non a tutti. / E neppure alla maggioranza ma alla minoranza / senza contare le scuole dove è un obbligo / e i poeti stessi / ce ne saranno forse due su mille. / Piace / mi piace anche la pasta in brodo, / piacciono i complimenti e il colore azzurro / piace una vecchia sciarpa / piace averla vinta / piace accarezzare un cane», scriveva Wislawa Szymborska. È bella la poesia, ci dice, ma è bello anche accarezzare un cane, o mangiare la pasta in brodo. La poesia, nonostante piaccia più a una minoranza che a una maggioranza, è un gesto semplice, che dà un piacere semplice, ma profondissimo.
E forse è proprio questo il miracolo di una poetessa che ha attraversato il secolo dei campi di concentramento, delle guerre, delle ideologie folli, dei genocidi, con una leggerezza che, pur non disdegnando i temi filosofici più ardui, è sempre riuscita a dire una parola vera e paradossalmente bella sul dolore e sul male. Celebre è la poesia in cui Szymborska afferma che il bene prevale sul male, e il fatto che noi siamo qui, e che non ci sia stata l’estinzione e l’apocalisse, ne è una prova.
Credo che Szymborska sia stata una delle poche poetesse a risolvere il paradosso della modernità: lo scambio perenne fra un gioco di ruolo che si muove nel tempo, con la rapidità di un vento del nord, con la solarità abbagliante dell’intelligenza e dell’ironia, e non della solita corporalità riflessa o estroflessa di tanta e stantia poesia al femminile. In sostanza, solo uno sguardo lontano, vicino alla vacuità zen, può restituirci una sfera di esistenza in cui carezzare un cane, e mangiare la pasta in brodo: gesti umili e semplici che si trasformano in scoperte.
Il 7 dicembre 1996, nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura, Wislawa Szymborska ha detto che «il mondo è stupefacente». Per il poeta il mondo deve sempre essere stupefacente perché davvero, per lui, è fuori dal comune e dall’ovvio, creato soltanto dalla parola. La poesia è un elogio costante dell'esistente, visto come realtà del miracolo, per chi ha occhi abbastanza attenti. In una poesia della Szymborska si immaginavano i miliardi di combinazioni fortunose per cui oggi noi siamo qua. Ogni istante è un miracolo, per chi lo sa vedere. Per cui oggi io posso scrivere un articolo su di lei, e dopo camminare nella neve, e godere per un istante di questa vita che nessuna morte potrà sottrarmi. Come nessuno potrà sottrarre a lei la vita vissuta.
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