Europa verso Sarajevo:
l’arte che rovesciò
il canone della bellezza

Visitabile fino al 4 marzo l’ultima grande mostra firmata da Marco Goldin in Friuli: un viaggio intenso come il Bolero di Ravel. Si contano a oggi 42 mila visitatori, ma si punta a 60 mila

    di Fabio Cescutti

    All’inizio del secolo scorso, con la Belle époque al tramonto, maturano movimenti e artisti che quasi presentendo il disastro della Grande Guerra stravolgono tutto quanto dal Quattrocento in poi è esteticamente acquisito, dando vita a un canone inverso. O, meglio ancora, opposto. All'apice ci sono proprio loro: gli espressionisti, i pittori che ci difendono dalla bellezza. L'osservazione è figlia dell'idea espressa da Achille Bonito Oliva a proposito di Lucian Freud, quando scrive in occasione della morte del grande artista, nipote di Sigmund.

    «Cancella ogni ipocrita tentazione di buongusto» annota l'eminente critico dopo aver spiegato che Freud ci tutela appunto dalla bellezza. La suggestiva mostra che Marco Goldin presenta fino al 4 marzo a Passariano in collaborazione con il Brucke Museum di Berlino ci porta alle radici della svolta. Goldin infatti cita Astrazione ed empatia di Wilhelm Worringer – testo datato 1907, di poco posteriore alla nascita di Die Brucke del 1905 – per sottolineare che l'espressionismo quasi prefigura la successiva carica astratta. Lucian Freud che attraverso i corpi mette a nudo i sentimenti ha invece un espressionismo ancorato al reale, lenito tuttavia dal peso interiore della sofferenza.

    Il pittore però è isolato rispetto al linguaggio artistico del suo tempo. Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Fritz Bleyl e Karl Schmidt Rottluff non lo sono, fanno al contrario parte di una globalizzazione del mutamento insieme al fauvismo di Matisse sempre del 1905, alle Demoiselles d'Avignon di Picasso (1907) che avviano il cubismo, al futurismo (1911) e al dadaismo (1914). È pur vero che quando l'arte si infiamma brucia tutto il continente. Pensiamo al manierismo, al Parmigianino con l'allungamento della proporzione greca che attraverso Rosso e Primaticcio arriva a Fontainebleau dilagando poi alla corte di Rodolfo d'Asburgo. Ma la donna con la coscia lunga, pur nella rivoluzione estetica, è comunque un qualcosa che beatifica gli occhi di chi guarda. Marc Fumaroli, dissertando su un saggio di Paul Veyne – attento lettore di Roberto Longhi e André Chastel – in cui celebra la grande arte italiana da Bellini a Tiziano a Tiepolo snobbata da André Malraux, parla di quadri che educano il mondo.

    Ecco che di fronte a tanta bellezza contenuta nei nostri musei, nasce il paradosso espressionista: la mostra di Villa Manin va visitata per vedere il bello del brutto? Non proprio, se riteniamo che Kant abbia fissato l'estetica come valore indipendente respingendo l'idea che il bello possa essere valutato sulla scorta di principi razionali. È la tesi di Denis Donoghue in Speaking of Beauty. L'esposizione presenta capolavori assoluti come Marcella (1910), Nudo femminile di schiena con specchio e figura maschile (1912), Nei giardini del Caffè (1914), tutti di Kirchner, una delle personalità di spicco del movimento che tenta di dare alla sua pittura un accompagnamento teorico con il Diario di Davos (1918-1938). Come molti colleghi si arruola allo scoppio della prima guerra mondiale, pagando le conseguenze con il crollo psichico e ricoveri fino al suicidio nella casa vicino a Davos, un anno dopo la bollatura delle sue opere come “arte degenerata”. Il percorso che intreccia Kirchner con Davos – terra del sanatorio dove Thomas Mann ambienta La montagna incantata – - è casuale e allo stesso tempo emblematico nel rapporto tra l'ordine e l'equilibrio della morale borghese e il vitalismo estetico tedeschi, travolti entrambi da una guerra devastante cui sopravvivono la pittura e la letteratura quali eredi di Caspar David Friedrich e Wolfgang Goethe.

    La mostra non ha sbavature in quanto la qualità di Heckel, Nolde, Mueller, Pechstein, Schmidt-Rottluff è inarrivabile. Ma soprattutto la loro genialità è uno dei semi che fa germogliare l'avanguardia storica europea. Durante l'itinerario espositivo non si può non sussultare davanti a Figure esotiche di Emil Nolde (1912), forse l'opera meno attraente di un viaggio che per intensità ha le note del Bolero di Ravel. Davanti alle due legnose figure ritratte merita allora ricordare quanto Anatole France riferiva di Baudelaire: un giorno vide un marinaio gettare con sprezzo un feticcio africano, una piccola testa mostruosa intagliata dicendo che era proprio brutta. Lo scrittore, poeta e grande critico d'arte trasalì ammonendolo: «Fate attenzione! Potrebbe essere il vero dio». L'espressionismo dunque, proprio per quell'analogia che piaceva tanto a Baudelaire, potrebbe essere la vera pittura.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    08 febbraio 2012

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