Uno lavorava all’ufficio stranieri, uno fa parte della polizia municipale. Avrebbero aiutato Biz fornendo dati sensibili. Perquisizione in Questura
PORDENONE. Ci sono anche due pubblici ufficiali iscritti dalla procura della Direzione distrettuale antimafia di Trieste nel registro degli indagati dell’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Gianni Biz e di Fabrizio Ros. Il patron del Giro del Friuli e l’agente di polizia municipale di Caneva (che, ironia della sorte, ieri sarebbe dovuto essere testimone d’accusa in tribunale nell’ambito di un processo per un presunto abuso edilizio) sono accusati di induzione e sfruttamento della prostituzione.
Le altre due posizioni – per le quali il gip avrebbe rigettato una misura cautelare in quanto non sarebbero sussistiti, a suo parere, sufficienti esigenze per disporla – non sarebbero riconducibili alla stessa ipotesi di reato. Nello specifico, per una posizione sarebbe ipotizzata la rivelazione di segreto d’ufficio, per un’altra l’abuso in atti d’ufficio.
I due nuovi inquisiti. Bocche cucite in merito al prosieguo dell’inchiesta, tuttora in corso, ma da quanto si è appreso, sarebbero coinvolti un poliziotto in passato in servizio all’ufficio stranieri della questura di Pordenone e un agente di polizia municipale del Friuli occidentale: verrebbe contestata la divulgazione di dati sensibili. Per questi il giudice per le indagini preliminari Luigi Dainotti ha rigettato la richiesta di misura cautelare avanzata dal pubblico ministero Giorgio Milillo; per uno dei due la misura richiesta sarebbe stata di sola sospensione dal servizio.
Perquisizione in questura. I carabinieri, su delega della Dda, avevano già effettuato, a suo tempo, sequestri di documenti nella questura di Pordenone. Tra il 2005 e il 2011 alcune ragazze straniere che per la loro provenienza avrebbero potuto avere problemi col permesso di soggiorno, sarebbero state avvicinate da Biz e Ros e col pretesto di aiutarle sarebbero state convinte a prostituirsi. Una di queste per due anni, le rimanenti due per periodi più brevi.
Il giro dello chalet. Secondo la procura vi sarebbe stato un giro di prostituzione nello chalet del Gaiardin di proprietà di Biz, che avrebbe coinvolto giovani extracomunitarie messe gratuitamente a disposizione di amici, simpatizzati e finanziatori di gare sportive. Il compenso consisteva nella promessa che sarebbero state regolarizzate. Da chi? E’ un altro capitolo dell’inchiesta. Gli investigatori scavano in queste ore per focalizzare gli agganci – e di quale genere se ve ne fossero – tra Biz e Ros e gli ambienti delle forze dell’ordine e di altre istituzioni con le quali il patron del Giro del Friuli aveva comunque contatti pressoché costanti e solidi proprio in forza del suo ruolo negli ambienti sportivi.
Gli agganci di Biz. Fino a dove il patron era potente? Fino a dove poteva arrivare e solo ai fini di ottenere sponsorizzazioni? Certo è che per organizzare i grandi eventi sportivi servivano tanti soldi, da sponsor privati e da enti pubblici che ora mano a mano che si cristallizzano gli episodi d’accusa, stanno ritirando il loro sostegno. Sponsor che, in tempi di crisi, era sempre più difficile convincere a mettere sul piatto finanziamenti. Da una battuta a un sollecito, quindi, si sarebbe passati alle proposte alternative, quasi un regalino, una «copertina», un diversivo sexy di ringraziamento.
Le foto sequestrate. In mano agli inquirenti vi sarebbero decine di fotografie scattate durante i “festini” nello chalet di Prà della Scala, lungo la strada per il Gaiardin, al riparo da occhi indiscreti. Decine e decine di foto che, assieme a intercettazioni telefoniche ed ambientali, costituiscono uno dei pilastri dell’inchiesta. Qualcuno entrava in scena e qualcun altro faceva scattare il flash della sua macchina fotografica, mai pensando di “lavorare” per la procura. Documentazione sotto sequestro dalla quale gli inquirenti ritengono di selezionare le ragazze che potrebbero essere state sfruttate e coloro che avrebbero dato spettacolo volontariamente a una platea di soli uomini, al fine di accertare non solo lo sfruttamento, ma anche se questi uomini, perlopiù facoltosi, fossero a conoscenza o meno dello sfruttamento della prostituzione a monte delle feste.
Gli sponsor testimoni. Davanti agli inquirenti, oltre alla donna ucraina dalla quale è partita l’inchiesta, sono sfilati otto testimoni: persone informate sui fatti che avrebbero confermato i retroscena piccanti dell’inchiesta. Festini che peraltro si sarebbero svolti in più occasioni negli ultimi sei anni, al pari di altri show più casti nella zona di Nave di Fontanafredda, dove però, davanti ad un centinaio di partecipanti, si sarebbero esibite in passato ragazze, all’aperto, regolarmente contrattualizzate.
Non è escluso che la procura distrettuale antimafia di Trieste ricorra contro la decisione del gip di non riconoscere, al fine delle misure di custodia cautelare, l’ipotesi di riduzione in schiavitù della giovane ucraina. Da qui la possibilità che il terremoto giudiziario sia solo all’inizio.
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