Ciclo-scandalo: l’ucraina racconta la vita nello chalet

Gli sviluppi dell’inchiesta su sponsor e squillo che ha coinvolto il Giro del Friuli. Al vaglio della Procura eventuali responsabilità dei partecipanti ai festini

    di Enri Lisetto

    PORDENONE. Pronta a riconoscere i clienti. La ragazza ucraina da cui è partita l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari il patron del Giro del Friuli Gianni Biz e il vigile Fabrizio Ros, sentita in più occasioni dai carabinieri come persona informata sui fatti, ha rivelato i nomi di coloro che frequentavano, più o meno abitualmente, lo chalet di Prà della Scala, sulla strada per il Gaiardin.

    Oltre a lei, altre otto persone avevano corroborato la tesi dell’accusa, consentendo alla Direzione distrettuale antimafia di Trieste di individuare almeno altre due ragazze sfruttate. In caso di riconoscimento fotografico, la trentenne ucraina sarebbe tuttora in grado di indicare coloro con i quali era stata indotta a prostituirsi.

    Agli inquirenti la donna aveva raccontato di essere rimasta chiusa a chiave, nello chalet, per diverso tempo. Poi, sottoposta a pressioni psicologiche, avrebbe tentato di fuggire, ma, ripresa nei boschi, avrebbe desistito a fronte della sua situazione di clandestinità.

    Agli investigatori aveva raccontato di come era avvenuto l’approccio, delle pressioni alle quali era stata sottoposta, delle prestazioni che avrebbe dovuto eseguire, dei pasti che le venivano portati a domicilio a volte dai clienti a volte da Gianni Biz. I nomi scritti nei verbali d’interrogatorio fanno riferimento ai visitatori più o meno abituali dello chalet, sebbene per limitati periodi, mentre per quanto riguarda altri ospiti più sporadici, si sarebbe dichiarata pronta a un eventuale riconoscimento fotografico.

    L’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari non fa cenno esplicito ai festini che sarebbero avvenuti nel Sacilese, ma contesta l’ipotesi di reato di induzione e sfruttamento della prostituzione, prevalentemente nello chalet a Prà della Scala di Caneva, a volte a domicilio o in hotel (ma solo quando si trattava di rendere disponibili ragazze regolarmente residenti nel territorio italiano) di giovani straniere accompagnate a personaggi che avrebbero potuto favorire la sponsorizzazione delle manifestazioni sportive.

    La procura della Direzione distrettuale antimafia di Trieste aveva anche ipotizzato il reato di riduzione in schiavitù, che il gip, nell’ordinanza, ha però negato; ma la procura non intenderebbe desistere, appellandosi a sua volta al Riesame.

    Quanto ai due pubblici ufficiali solo indagati, in un caso si ipotizza il reato di abuso d’ufficio, in un altro la rivelazione di segreti d’ufficio. Episodi non correlati, comunque, ai reati di prostituzione. In sostanza, secondo l’ipotesi di accusa, uno avrebbe agevolato il permesso di soggiorno ad alcune ragazze, l’altro avrebbe avuto accesso ai database contenenti dati sensibili.

    Discorso a parte quello sui presunti festini, avvenuti in tempi più remoti e in luoghi diversi e che non sarebbero connessi direttamente all’indagine sul patron del Giro del Friuli. Al momento non sarebbero configurati, sotto questo profilo, reati: gli inquirenti, sulla base della documentazione fotografica, intendono appurare la natura dei festini e chi li organizzava. Si trattava di semplici spettacoli di spogliarello con ragazze consenzienti o alcune di queste facevano parte del giro delle costrette? Nel primo caso non si configurerebbero ipotesi di reato. Se invece le ragazze fossero andate oltre potrebbe aprirsi uno scenario diverso.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    09 febbraio 2012

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