Alla scoperta con il nipote Pietro della chiesa che custodisce i resti di 25 mila caduti
UDINE. “Genius loci” segue quest’oggi il richiamo di “Vita Udinese”, la rubrica della pagina accanto, nell’onda dello spirito del luogo legato a piazza XVI Luglio.
Una settimana fa Paolo Medeossi nelle sue riflessioni aveva evocato il Tempio Ossario e l’architetto Provino Valle (1887-1955) e dunque, eccoci qui, pronti all’approfondimento.
Ci presentiamo all’appuntamento con alcuni fogli, scritti a mano, per raccontare l’altro punto di vista: quello umano, che intrecciamo volentieri, in genere, alla biografia più istituzionale delle vite raccolte.
Sono gli eredi Valle - il nipote Pietro, architetto a sua volta e figlio di Gino, l’illustre architetto internazionale scomparso nel 2003, figlio di Provino, e della nuora, Piera Ricci Menichetti, moglie di Gino - a regalarci la chiave di accesso: l’elenco dei libri contenuti nella biblioteca personale di questo architetto friulano che entrò nel Novecento.
E così troviamo Nietzsche e Rilke, solo per fare un esempio, accanto a pregiate riviste del settore targate 1912, ai dieci tomi del De Architectura di Vitruvio, a volumi di ingegneria, alla guida di Villa Adriana. «Mio suocero studiava in tedesco e si faceva tutti i calcoli del cemento armato. Mi spiace molto non averlo conosciuto».
Sono loro, gli eredi, che hanno l’affettuoso potere sulle carte e così, come avevamo fatto tempo fa per Raimondo D’Aronco, sfogliandone la biblioteca conservata alla Joppi, ora passiamo davanti al Tempio Ossario con in mano questi fogli, trascritti a penna. Raccontano i gusti letterari e le curiosità dell’eclettico architetto, a cui la nostra città deve molto per il proprio disegno urbanistico (Una citazione? Il cinema Eden).
Noi abbiamo scelto un buon punto di osservazione: siamo al centro del monumento alla Resistenza (1959-1969), progettato dal figlio Gino assieme all’architetto Federico Marconi e osserviamo da qui il Tempio Ossario (1920-1942), creatura del padre Provino assieme all’architetto romano Alessandro Limongelli: una progettazione sofferta soprattutto nella soluzione definitiva della piatta facciata, con le quattro statue di Silvio Olivo.
Tutto, a vederlo da qui dentro, sembra ancora più sproporzionato, come se fosse la facciata di una casa, formato gigante.
E’ in questa visione frontale che vive l’assenza di quel “barocchetto”, pensato dall’architetto Provino per l’ingresso al Tempio, come si evince dai primi progetti; stile in cui, assecondando chi ne sa più di noi, l’architetto Valle emergeva sui contemporanei.
C’è una tesi di laurea in architettura di inizio anni Ottanta, a firma Daniela Missera e Sergio Contardo, imprescindibile per chi si occupa dell’opera omnia del nostro protagonista, che racconta la lentissima genesi di questo solenne simulacro ai Caduti, con i 25.000 sfortunati conservati all’interno.
Nella tesi si riportano le 326 tavole a raccontare la lunga stesura realizzativa del colosso.
Nella storia, in mezzo ci vive una nuova legge sugli Ossari, direttamente da Roma, datata 1927, che tutto fa rifare (il progetto era nato come nuova parrocchia di San Nicolò e tempio votivo), l’imposizione sempre dalla capitale del citato Limongelli, nel 1930, da affiancare all’autoctono Provino, che complica la progettazione e che poi, due anni dopo, con la morte del Limongelli stesso, porta di nuovo Valle a dirigere da solo le operazioni. Giorno dell’inaugurazione? Ci passerà ancora del tempo. Arriviamo al 22 maggio 1940.
Ora, dal centro del monumento alla Resistenza dove stazioniamo, possiamo anche ammettere, così da profani, che la morbida cupola in rame con la croce d’oro in cima è davvero la parte più evocativa dell’opera.
E’ un simbolo della città, così come lo è l’Angelo del Castello, così come lo era l’insegna della Birra Moretti, che si affacciava su questa piazza, là a sinistra, con quell’omone con i baffi, illuminati a intermittenza assieme al proprio boccale. Una sana idea di urbanità metropolitana e pubblicitaria, persa negli anni ruggenti del consumismo.
Peccato: quell’insegna sembrava la parte buona del progresso, quella innocente. Forse ne era semplicemente l’archetipo.
Gino Valle ricorda in un’intervista a Giovanni Vragnaz nel 1999 che suo padre lo portava spesso nel lungo cantiere del Tempio e che nel 1931, quando aveva 8 anni, era salito sulla cupola «attirato da questo enorme uovo bianco, ancora senza il rivestimento in rame, con una scaletta metallica lungo il meridiano che conduceva alla lanterna».
Abbiamo chiesto a Pietro Valle, in un pomeriggio dentro lo studio a Udine, lo stesso del padre - in quel “genius loci” di eccellenze d’architettura che è tale luogo -, che cosa significhi essere l’erede della tradizione. Un percorso che inizia con il nonno Provino, figlio a sua volta di un fabbro ferraio, sceso da Sutrio in città per lavorare in Ferriera.
Ecco la risposta. «Rappresenta la continuità di una pratica professionale e culturale di qualità e pragmatica. Un realismo che ha portato mio nonno a mettersi al servizio di varie tipologie di clienti e a fornire un servizio integrato, insieme al fratello, nella sua impresa». «Paradossalmente - continua l’architetto Pietro - mio nonno è stato più eclettico e ha costruito di più di mio padre. Ha elaborato con il suo lavoro periodi della storia molto diversi, che vanno dallo storicismo dell’Ottocento, al Liberty, alle influenze viennesi, al barocchetto romano, al Modernismo. E poi c’è da aggiungere questo: Provino Valle ha attraversato un periodo storico della modernizzazione in Friuli dove i committenti, sia pubblici che privati, costruivano tutte le infrastrutture e le istituzioni che servivano alla società civile. Chiese, scuole, fabbriche, case di rappresentanza. E lui si è trovato “come primo” a darne risposta. Questa curiosità, per lui un po’ da uomo di provincia, che entra in tutti gli stili, unito al pragmatismo, è il segno più importante che ha lasciato a mio padre».
©RIPRODUZIONE RISERVATA