La cerimonia inaugurale del festival del muto a Pordenone. De Anna: «La cultura è un investimento, non un costo»
Un Méliès alle Giornate (del muto) non toglie il cinefilo di torno. Anzi, rincara la dose. E allora sempre ben ritrovato Monsieur Maries Georges Jean, l’altro babbo del cinematografo, appena appena successivo ai papà Lumière. Se ne contano centotrenta di film firmati dal mago parigino (1861-1938) diciamo in quattordici anni di gran carriera.
È stato il caso a favorire lo spumeggiante inizio corsa del trentunesimo viaggio nel passato. Un ritrovamento. D’altronde il festival pordenonese a questo ambisce. E così un frammento della fantasmagorica pellicola Les aventures de Robinson Crusoé – ripescato fortunosamente l’anno scorso da una raccolta di nitrati del collezionista Auboin-Vermorel – ha caricato di entusiasmo il plotone degli oltre mille inviati da tutto il mondo, nonché del popolo curioso.
La soirée deputata a far partire il solito opulento cartellone ha trattenuto per sé la chicca del maestro datata 1902. Le ripartenze calamitano e nulla avrebbe mai fermato il notevole flusso, il solito notevole flusso che non smette di riposizionarsi davanti al portone del Verdi per gli otto ricchissimi giorni di antiche manovelle. Come ieri sera. Il direttore David Robinson dribbla con un «non sono un granché originale: benvenuti a casa. Sul programma vi dico modestamente che è il migliore degli ultimi anni».
Sulla questione culturale si danno da fare il sindaco Pedrotti e l'assessore De Anna. «La cultura – spiega il primo cittadino – deve far parte della nostra cassetta dei ferri». Aggiunge il politico: «È un investimento, non un costo». E srotola due articoli di prossima pubblicazione ufficiale a sostegno della faccenda, ultimamente sotto fuoco amico. Piero Colussi ricorda Sara Moranduzzo. «A lei questo festival è dedicato». E sarà un commosso applauso. Poi si pigia il bottone del via.
Un fenomeno, Méliès. Imbottisce i suoi metri di pellicola – molti se ne sono andati, purtroppo, e ne sono comunque rimasti parecchi per raggiungere i dodici minuti – ricchi di invenzioni del momento. Tuoni, lampi, esplosioni. E chi li aveva mai visti? Nel mille e novecento, intendiamo. Il mago si piglia pure la briga di filmarsi. Lui scrive, lui dirige, lui è pure Robinson.
Ah, tutto a colori. Passato a mano, centimetro dopo centimetro. Ce ne stavamo scordando. Il signore del cinema non fa uso di didascalie e l’unico commento ci arriva dalla viva voce di mister Paul McGann, mentre il comparto colonna sonora live è a cura del pianista Maud Nelissen. Con Yamila Bavio, flauto, Daphne Balvers, sax soprano, e Frido ter Beek, percussioni.
Silenziosamente, ma con un certo appetito filmico, ci si collega al 1928, anno che favorì una certa favella al cinema. The Patsy, pur avendo codesta targa è di fatto un silent talkie. Con King Vidor sulla plancia di comando e con la straordinaria coppia femminile di allora Marion Davies e Marie Dressler. Dida a pioggia, e molte assai divertenti (la pellicola tira al comico) con sotto le melodie del sempre attivo Nelissen, musicate dalla FVG Mitteleuropa Orchestra.
Una pochade di co. mica fattura, riempita con le facce strane di una fantastica Marion, nonostante il suo amante – il magnate dell’editoria Hearst – non la volesse proprio impegnata a far divertire le orde di pubblico. Vedete, di beghe sentimental-lavorative ce n’erano anche allora. Ma non si chiamava ancora gossip.
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