«Nella nostra Carnia riposerà accanto a suo nonno»
Beppino Englaro si apre:
riporto Eluana a casa sua
di Tommaso Cerno
UDINE. «Torniamo a casa, nella nostra Carnia, e
voglio che mia figlia Eluana, dopo questa tragedia che nemmeno si
può immaginare, possa riposare accanto a suo nonno. È il nostro
sogno, dopo questo incubo. Per cui non esistono altre intenzioni,
nè mi è mai passato per la testa di trattare con altre regioni,
fuori dalla mia terra». Ha la voce rotta dall’emozione, ma forte e
decisa come è sempre stata in questi quasi diciassette anni,
Beppino Englaro, il padre della donna in stato vegetativo che ha
ottenuto dalla Cassazione il via libera definitivo per interrompere
le cure mediche.
- Signor Englaro, ha deciso di portare Eluana in Friuli.
Perchè?
«Guardi, io sono carnico e sono sempre stato orgogliosissimo di
questa mia origine. Sono andato in Svizzera quando non avevo
compiuto vent’anni, dove sono andati anni prima di me i nostri
emigranti, per capire le difficoltà della mia gente. La nostra
famiglia, Eluana, mia moglie ed io viviamo questa tragedia da ormai
troppo tempo. E il nostro sogno, in fondo all’incubo, è quello di
tornare a casa. E la nostra casa è il Friuli».
- Si dice che lei stia trattando il trasferimento di sua
figlia anche in altre regioni. E’ così?
«Non è vero. Non esiste nessun contatto con nessuna altra
regione».
Che cosa intende fare adesso?
«Ma, vede, altre ipotesi non esistono perchè a me non passano
nemmeno per la testa. Nessuno si può sognare che io mi sia messo a
trattare alcunché. Non esiste. Né mi è mai sfiorata l’idea. Il
desiderio che mi spinge in Friuli è un desiderio profondo. È quello
di abbracciare i miei cari; per noi è un sogno avere trovato gente
così. La forza per combattere durante gli anni di questo dramma,
che stiamo vivendo, dopo avere perso nostra figlia il 18 gennaio
1992 e non essere stati capaci finora di far sì che i suoi desideri
venissero ascoltati e la sua volontà rispettata, me l’ha data la
Carnia».
- Per cui la sentenza della Cassazione chiude una fase
della sua vita?
«Io ho detto, quel giorno, il 25 giugno, che era un sogno trovare
dei magistrati che avevano capito Eluana per quello che era e per
il rispetto che le si doveva. Adesso parlo di sogno quando mi
riferisco al Friuli e della Carnia: per me è un sogno tornare nella
mia terra e avere trovato gente così».
- È per questo motivo che ha deciso di far trasferire
Eluana qui?
«Sì. L’umanità che ho sentito nella mia terra è stata il massimo
per me. In questa tragedia, adesso mi fa ritrovare sentimenti di
affetto e vivere tutto questo in una dimensione più umana
possibile. Perchè c’è la possibilità di esaudire il desiderio di
questa creatura nella maniera più umana possibile. Ma questo fatto
molti non lo hanno capito. E sento dire cose terribili. Dopo il
dramma per noi è un ritorno alle radici. Sentitissimo. Profondo. Ce
l’ho nel sangue questa mia scelta».
- Crede che sua figlia avrebbe desiderato tornare
qui?
«Non ne ho dubbi. Suo nonno riposa a Paluzza e lei riposerà lì,
vicino al suo amato nonno. Lei non aveva nemmeno dieci anni e
qualche tempo prima che il nonno Giobatta, che tutti chiamano nonno
Jovanut, morisse avevano fatto una passeggiata insieme e mio padre
era rimasto colpito dalla vivacità di Eluana e mi aveva chiesto:
siete sicuri di essere all’altezza di una figlia così. Riposi qui,
ma dove vuole che possa riposare meglio quella povera
creatura?».
- In questi giorni sono in molti quelli che intervengono.
Ci sono polemiche, critiche, divisioni. Non le è mai capitato in
questi anni di pensare: e se sbaglio?
«Nonostante tutte le migliori cure e tutta la tecnologia l’esito è
stato il peggiore possibile. A quel punto Eluana poteva dire "fate
o non fate", in linea teorica. Ma Eluana non poteva dirlo in
pratica. Noi – io e sua madre – pensavamo che dare voce a nostra
figlia fosse naturale, visto che lei viveva in casa con noi. E
pensavamo che venisse presa in considerazione questa sua volontà.
Per Eluana sospendere i sostegni vitali fin dall’inizio sarebbe
stata la cosa più naturale del mondo».