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Defanti: sarebbe una sconfitta
dover andare all’estero

LECCO. «Sarebbe una sconfitta per l’Italia se non si trovasse nessuna struttura disposta ad accogliere Eluana e si dovesse trasferirla all'estero». Lo ha detto il professor Carlo Alberto Defanti, il neurologo che ha in cura da anni Eluana Englaro, la donna in coma da quasi 17 anni e che dovrebbe staccarle il sondino per alimentazione e idratazione. A cinque giorni dalla sentenza della Cassazione, che ha dato il via libero definitivo, infatti, nessuno degli ospedali contattati ha ancora dato una risposta positiva.

«Le condizioni di Eluana sono quelle di sempre e quindi non ci sarebbe alcuna fretta - ha detto Defanti - Ma tutto questa pressione e questo clamore non aiutano, vorrei davvero che tutti quelli che si definiscono cristiani si lasciassero pervadere da uno spirito di cristiana rassegnazione: c'è stata più di una decisione, sono stati fatti tutti i passi che si dovevano fare, ora basta, con rispetto lasciate che questa vicenda ritorni privata».

«Quando si troverà il posto si cercherà di fare tutto nel massimo riserbo, anche perchè non vorremmo assistere alle stesse scene di mobilitazioni come accadde davanti l'ospedale dove era ricoverata Terry Schiavo - ha aggiunto Defanti - Anche se vorrei ricordare che i casi sono ben diversi: negli Usa il clamore era provocato non dall'eutanasia, che è ammessa dagli anni '80, ma dal fatto che i genitori e il marito della donna fossero in contrasto».

Per la curatrice Franca Alessio, invece, «ogni altra reazione ormai è un'interferenza indebita in una questione privata, ci sono stati tutti i gradi di giudizio e da quel punto di vista la vicenda di Eluana è definitivamente chiusa: nessuno può più permettersi di decidere per lei e per i suoi familiari».

Il clamore sulla vicenda, secondo Alessio, rende inoltre più complicato trovare la struttura adeguata dove trasferire Eluana per l'interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione. «Anche chi era sembrato disponibile, davanti a tutte queste pressioni ha preferito tirasi indietro - ha spiegato la curatrice - Da subito c'è stato troppo ostruzionismo, si continua a cercare una soluzione ma se non si abbasserà l'attenzione sul caso, diventerà sempre più difficile».
(18 novembre 2008)
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