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Il delitto di Pontelangorino. Crepet: «Quei ragazzi non devono andare in carcere» 

Intervista allo psichiatra e scrittore sul caso del sedicenne che aiutato da un amico ha ucciso i genitori

ROMA. Indifferenza affettiva, solitudine, violenza. «Uccidere i genitori non è qualcosa che si decide durante il weekend, non è nemmeno un raptus. Sono certo che in quella famiglia distrutta a Pontelangorino i genitori e il figlio, diventato il loro assassino, viaggiavano ormai da tempo su binari differenti. Due mondi distanti, ognuno chiuso nelle proprie incapacità». Psichiatra, sociologo e scrittore, Paolo Crepet da anni esplora il complesso rapporto tra genitori e figli. Un delitto efferato come quello compiuto in provincia di Ferrara , rimanda a quello di Novi Ligure quando Erika e Omar uccisero la madre di lei e il suo fratellino, oppure a quello di Ancona dove una coppia di fidanzatini hanno ammazzato i genitori di lei perché contrari alla loro relazione.

Amori contrastati, piccole somme di denaro, brutti voti. Gli adolescenti uccidono davvero per questi motivi?
«I motivi nascono da lontano e sono complessi. Gli adolescenti sono incapaci di sopportare la frustrazione, ma senza entrare nel merito delle singole vicende, va detto che l’educazione dei figli necessita di coraggio. Per tenere a freno i sensi di colpa, magari perché non ci si sente bravi genitori presenti e solleciti, padri e madri tendono a giustificare e perdonare i comportamenti contrari alla regole del vivere civile. Come l’abuso di alcol o il bullismo. Ma perdonare i propri figli senza appellarsi al buon senso o alla propria autorevolezza vuol dire cedere le armi e qualsiasi cosa faranno non andranno mai nei guai».

Che danni fa questo tipo di comportamento?
«L’educazione di tuo figlio ti sfugge di mano. È importante intercettare i segnali negativi. Spesso gli adulti non hanno tempo o capacità di vedere. Tornando al caso di Ferrara è impossibile che non ci siano state avvisaglie di quella violenza che stava crescendo. Il delitto dei genitori spesso matura in famiglie prive di problemi economici o disagiate, ma con ragazzi cresciuti nell’indifferenza emotiva. Come non sentissero più alcun sentimento. È una vera e propria malattia psichiatrica».

Sul piano pratico, quali sono i campanelli d’allarme?
«Un ragazzo che vive in solitudine, privo di interessi che non siano i social va affrontato. La noia prolungata è un rischio,crea vuoti che si ha bisogno di riempire. Meglio uno scontro tra genitori e figli per una sana definizione di regole e confini che una falsa tranquillità domestica. E poi, prima o poi, bisognerà affrontare i danni causati dalla rete sui ragazzi. Un argomento che ho analizzato nel mio libro “Baciami senza rete” (edizioni Mondadori)».

Quali ad esempio?
«Navigare per ore, magari durante la notte chiuso nella propria stanza, come fanno tantissimi adolescenti, significa crearsi lì la propria identità che invece deve nascere da relazioni umane, dall’esplorazione di sé e del mondo. E poi ci sono i giochi virtuali violenti che piacciano tanto tra i 14-15 anni. Alla fine la violenza scorre parallela alla propria vita. Non si può consegnare i propri figli al nulla. Il mio giudizio è netto: sulla gestione di internet i genitori devono entrare a gamba tesa. Controllare dove navigano e porre limiti».

Cosa consiglia ai genitori?
«Di intervenire al primo campanello d’allarme. Al primo “vaffà... mamma” deve scattare una reazione. Subito e senza concessioni. Non reagire è una “bestemmia educativa”».

Che si potrà fare per i due adolescenti di Pontelangorino?
«Il lavoro sarà complicato, ma lo dico chiaro: va evitato il carcere. Con quello che hanno fatto, in un carcere minorile tra sei mesi diverranno criminali incalliti. Per prima cosa bisognerà fargli conoscere cosa significa la “sofferenza”. Non l’hanno mai vista e non la conoscono».

Colpisce la complicità dell’amico che a 17 anni è diventato un killer
«I genitori di questo ragazzo,

se vogliono davvero salvarlo, non dovranno essere clementi con lui. Se vogliono ucciderlo una seconda volta basterà trovargli un avvocato che cercherà ogni cavillo per ridurre ciò che ha fatto. Quello per lui potrebbe davvero essere l’inizio della fine».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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