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L'intervista

"Papa Albino Luciani non sarà beato subito"

Il vescovo Pizziolo: «Per me è già santo, diciamo che l’annuncio subisce un ritardo». «La diocesi è realtà viva, c’è sensibilità e fiducia per la tradizione cristiana»

INVIATO A VITTORIO VENETO. Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani, già vescovo di Vittorio Veneto, non sarà santo subito. Nemmeno beato: il miracolo non è stato riconosciuto dalla commissione di esperti. «Per me è santo, ma occorre attendere. Il cammino ha le sue regole». Il successore, monsignor Corrado Pizziolo, in questa intervista fa il punto della situazione religiosa e sociale nella diocesi che comprende anche parte di Sacile, Brugnera e Caneva.

Eccellenza, la gente attende l’annuncio della beatificazione di Albino Luciani, suo predecessore alla guida di questa diocesi.

«Il processo è bloccato in quanto quello che si riteneva un miracolo operato non è stato approvato dalla commissione per la beatificazione: si trattava di una guarigione attraverso l’invocazione del pontefice, che non è stata riconosciuta come tale. Questo, ad ogni modo, dimostra che la Chiesa si muove con scrupolo e serietà. Occorre, dunque, attendere un evento prodigioso e non spiegabile e da lì ripartire. Sono convinto della santità di papa Luciani, ma il cammino ha le sue regole. Al momento non è noto un nuovo miracolo. I tempi si sono allungati, quindi, allo stato, nulla è programmabile».

Qual è la situazione delle vocazioni? Quanto e quale spazio ai laici?

«Ce ne sono, anche se non molte. Il seminario maggiore ha un certo numero di giovani, certo molto meno rispetto alle necessità e ai numeri di 40-50 anni fa. Il segno c’è, anche se dobbiamo affidare ad un unico sacerdote due o tre parrocchie. La diocesi conta su 25 diaconi permanenti, ma non saranno un surrogato dei presbiteri, svolgendo il loro servizio negli ambiti tipici della formazione, dell’esperienza della carità, nelle famiglie e nel sociale. I laici sono coinvolti in molte attività: catechesi, educazione dei bambini, centri di ascolto e mondo caritativo, ministri straordinari dell’eucarestia e amministrazione delle parrocchie, liberando così i parroci da un notevole impegno che viene affidato a persone competenti. E’ un processo, frutto del Concilio, molto bello e irreversibile».

Risale allo scorso anno, in piena crisi economica, la visita pastorale nel Sacilese. Che realtà ha trovato?

«Una realtà viva, come il resto della diocesi. Pur risentendo del notevole clima di secolarizzazione, rimane con forti basi di sensibilità e di fiducia nella tradizione cristiana. Sacile è diversa da Cavolano, come da Brugnera o Caneva. Ci sono realtà più “cittadine” che per lunga tradizione sono più laiche e secolarizzate e altre che mantengono un legame profondo con le tradizioni. A Sacile, a ogni modo, ho trovato realtà molto vive e consapevoli, sia personali sia di gruppo e associative, soprattutto nei versanti della formazione, della catechesi e del volontariato, in diverse forme ovvero legato alla parrocchia e aconfessionale. La crisi economica si è fatta sentire, come mi hanno evidenziato gli amministratori locali, e ha toccato soprattutto la zona del mobile. Meno ha colpito, invece, rispetto ad altre zone venete, sul fronte dell’occupazione».

A proposito di povertà vecchie e nuove, la Chiesa che cosa fa?

«La generosità, nonostante la crisi che ha ridotto le donazioni, c’è e prosegue. Dal 2010 al 2012 la diocesi ha sostenuto un fondo straordinario per chi aveva perso il posto di lavoro. Ora quell’emergenza è diventata l’ordinario. Abbiamo quindi varato il progetto “Cinque pani e due pesci”, che richiama il precedente, affrontando situazioni di conclamata povertà ed erogando vaucher. Ciò permette di offire e garantire lavori socialmente utili nelle parrocchie e nelle strutture di accoglienza. In questo modo si responsabilizzano le persone senza fare elemosina a fondo perduto, inserendole nelle comunità, mettendole a contatto con situazioni anche molto più faticose, stabilendo relazioni. Questo progetto, molto apprezzato da Comuni e servizi sociali, funziona bene anche a Sacile».

Eccellenza, siamo nel pieno dell’emergenza immigrazione. Nel Vittoriese, in particolare, vi sono stati alcuni problemi.

«L’immigrazione non è un capriccio. Per tanti motivi abbiamo bisogno di immigrati: nel corso della visita pastorale, ad esempio, ho incontrato almeno due terzi delle famiglie con una badante. Sono persone che svolgono lavori che noi non vogliamo più fare, quindi non portano via il posto ad alcuno. La nostra economia ha assoluto bisogno di loro. Quanto ai profughi, sono spinti nel nostro continente da situazioni difficili. Eviterei il buonismo che acriticamente non pone condizioni, ma eviterei anche il difensivismo che si trasforma quasi in terrore ideologico. Teniamo conto che il Veneto ha una presenza minore di profughi rispetto ad altre regioni così come l’Italia rispetto ad altri stati europei. Occorre, però, razionalizzare l’accoglienza attraverso un controllo delle realtà ospitanti e snellendo passaggi burocratici che rendono difficile un possibile inserimento».

La diocesi vanta diverse scuole cattoliche: riuscite a garantire questo progetto educativo?

«Gli istituti nel Sacilese appartengono alla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, che ha un modo diverso di rapportarsi con le scuole rispetto al Veneto. In passato beneficiavano di una situazione molto privilegiata: pensiamo, ad esempio, alle opere di restauro degli edifici di culto. Ora la spending review tocca anche il Friuli Venezia Giulia e quelle scuole non vivono situazioni migliori delle nostre. Se le regioni manterranno questa sensibilità, riconoscendo il servizio oggettivo che, sebbene con fatica, portano avanti le scuole paritarie cattoliche, la presenza sarà garantita e, mi auguro, ancora sostenuta. Altrimenti, lo Stato dovrà sobbarcarsi costi ben superiori rispetto a quelli affrontati dalle nostre scuole cattoliche. Dove operano, le parrocchie si danno da fare, col vantaggio dell’impegno dei genitori, prezioso elemento per costruire rapporti sociali».

Il papa parla spesso di speranza. Lei è ottimista?

«Altrochè! La Chiesa ha visto tempi ben peggiori, mai, dopo i primi tempi, ha avuto figure di papi come oggi, laici così impegnati. La situazione odierna, al di là delle critiche esterne, è migliore rispetto al passato. Magari il numero delle persone coinvolte è minore, ma la qualità è indubbiamente alta».

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