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Luci rosse thailandesi I sette indagati negano costrizioni alle squillo

«Le squillo arrivavano dalla Thailandia già con l’intenzione di prostituirsi, non sono mai state costrette a farlo in alcun modo, tanto mento con l’uso della violenza o torture. Infatti, ora che sono...

«Le squillo arrivavano dalla Thailandia già con l’intenzione di prostituirsi, non sono mai state costrette a farlo in alcun modo, tanto mento con l’uso della violenza o torture. Infatti, ora che sono libere, continuano a esercitare lo stesso mestiere». L’avvocato Luca Donadon ha sintetizzato così la strategia difensiva adottata dai suoi assistiti durante l’interrogatorio di garanzia dinanzi al gip Monica Biasutti, che ha sostituito ieri il collega Rodolfo Piccin (il quale ha firmato l’ordina ...

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«Le squillo arrivavano dalla Thailandia già con l’intenzione di prostituirsi, non sono mai state costrette a farlo in alcun modo, tanto mento con l’uso della violenza o torture. Infatti, ora che sono libere, continuano a esercitare lo stesso mestiere». L’avvocato Luca Donadon ha sintetizzato così la strategia difensiva adottata dai suoi assistiti durante l’interrogatorio di garanzia dinanzi al gip Monica Biasutti, che ha sostituito ieri il collega Rodolfo Piccin (il quale ha firmato l’ordinanza con le misure cautelari).

Davanti al giudice gli indagati – sette in tutto – hanno fatto ammissioni parziali. Hanno cioè confessato di aver fornito assistenza alle ragazze e di averle agevolate nel mestiere, ma hanno negato categoricamente lo sfruttamento della prostituzione. La 60enne Sumalee Sritongsuk e il figlio Sawadsakon Sritongsuk, 26 anni (residenti a Castelnovo, località Ceschies), la figlia 45enne Pakawan Sritongsuk e il marito di Pakawan, il 64enne pordenonese Pietro Lenarduzzi (residenti a Sequals) sono assistiti dall’avvocato Luca Donadon. Gli altri tre indagati Tulaporn Kongjareurn, 39 anni, la 44enne Namngern Muenjong e la 38enne Papapon Muenjong sono difesi invece dall’avvocato Massimiliano Esposti di Asti. Le accuse, a vario titolo, variano dal favoreggiamento dell’ingresso clandestino in Italia alla direzione e amministrazione di case di prostituzione, ma anche induzione, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.

Il giro di squillo, che fruttava 120 mila euro di incasso al mese, era distribuito in sei appartamenti fra Pordenone, Udine e Trieste. Le ragazze – età media vent’anni – si sceglievano da book fotografici online. Poi i clienti le contattavano al telefono. Lavoravano a pieno ritmo dalle 10.30 del mattino all’una di notte.

Tutti gli indagati hanno chiesto la revoca della misura cautelare dell’obbligo di dimora al pm Federico Baldo, il quale si è riservato. Spetterà al gip Piccin, lunedì, decidere sulle istanze presentate dalle difese. —

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