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Bancarotta nel settore marmi Pena confermata per Trevisan

Era stato condannato a 4 anni e mezzo di reclusione per l’ipotesi documentale I curatori non erano riusciti a ricostruire patrimonio e affari

La Corte d’appello di Trieste ha confermato la sentenza di primo grado nei confronti di Enea Angelo Trevisan, 47 anni, pordenonese, per bancarotta fraudolenta documentale.

Il 13 marzo 2015 il tribunale collegiale di Pordenone aveva condannato l’imprenditore a quattro anni e sei mesi di reclusione, oltre alle pene accessorie, come l’inabilitazione all’esercizio di un ’impresa commerciale per dieci anni, l’interdizione dai pubblici uffici per cinque. Trevisan era stato invece assolto perché il ...

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La Corte d’appello di Trieste ha confermato la sentenza di primo grado nei confronti di Enea Angelo Trevisan, 47 anni, pordenonese, per bancarotta fraudolenta documentale.

Il 13 marzo 2015 il tribunale collegiale di Pordenone aveva condannato l’imprenditore a quattro anni e sei mesi di reclusione, oltre alle pene accessorie, come l’inabilitazione all’esercizio di un ’impresa commerciale per dieci anni, l’interdizione dai pubblici uffici per cinque. Trevisan era stato invece assolto perché il fatto non sussiste dalle accuse di aver dissipato beni aziendali e di aver cagionato con dolo il fallimento delle società di cui è stato ritenuto amministratore di fatto.

A proporre appello sia l’imputato, assistito dall’avvocato Bruno Malattia, che ha chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto ovvero, in subordine la derubricazione dei fatti in bancarotta semplice, sia il procuratore generale in via incidentale, il quale invece ha chiesto l’aggravamento della pena a sei anni di reclusione.

Gli inquirenti hanno ritenuto che Trevisan fosse il gestore di fatto di quattro società che operavano nel settore del marmo (Trevisan group srl, fallita il 7 agosto 2008, Trevisan group srl, fallita l’11 maggio 2010, La Trevi marmi srl, fallita il 15 dicembre 2006, Gruppo tre srl, fallito il 20 febbraio 2008). Tutte e quattro le realtà, secondo la Procura, operavano nel medesimo luogo, la sede di via Brigata Osoppo a Fontanafredda e sono state cedute poco prima del fallimento ad altri soggetti, in prevalenza stranieri.

Per la difesa, invece, si tratta di realtà imprenditoriali distinte, che facevano capo a amministratori di diritto, attivi anche di fatto, diversi dal Trevisan. La difesa ha obiettato che l’indagine si è concentrata unicamente su Trevisan, senza coinvolgere gli altri soggetti. In tal modo, secondo la difesa, l’istruttoria dibattimentale ha delineato in modo sfocato e incerto i confini operativi e gestionali delle quattro società. Censura respita dai giudici d’appello, che invece hanno osservato come le quattro società siano state «originate da un’unica realtà imprenditoriale».

Gli inquirenti hanno contestato all’imprenditore di aver omesso la tenuta della contabilità aziendale rendendo impossibile ai curatori la ricostruzione della situazione societaria e quindi la tutela dei creditori sotto questo profilo. Per i giudici d’appello è «pacifico che la condotta del Trevisan – la quale si è certamente estrinsecata nella distruzione o sottrazione di documentazione, perché a suo dire consegnata ai nuovi acquirenti delle società, che l’avevano poi buttata via – configura l’elemento oggettivo del reato così contestato». Per la Corte d’appello il responsabile della tenuta e della conservazione della contabilità era comunque l’imputato. —

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