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Verso il Vajont c’è aria di fuga

Il suggestivo via a Cave del Predil, poi la Val Pesarina e l’arrivo all’insù: 184 km di spettacolo

ERTO E CASSO. Omaggio alle 1917 vittime non della natura, ma della stupidità dell’uomo, che troppo spesso mette davanti a tutto il denaro e gli interessi. Che a compierlo l’omaggio sia la corsa ciclistica più famosa d’Italia e i duecento corridori, rappresentanti di una categoria che troppo spesso in questi anni ha tradito il suo pubblico per la stupidità e la voglia di trionfare a tutti i costi (inutile dire che ci riferiamo al doping), è una cosa semplicemente mervigliosa, come il nome dato all’arrivo di tappa: “Vajont 1963-2013” Erto e Casso”. Una tappa che, per come è stata disegnata, promette spettacolo. Magari non per l’alta classifica, ma chissà... perchè nel ciclismo, come si sa, la corsa alla fine la fanno i corridori.

Partenza suggestiva. Cento ottanta km per la Cave del Predil-diga del Vajont. Friuli, Veneto e ancora Friuli. Con una sede di partenza dal significato importante: Cave del Predil, il paese della miniera che non c’è più e che ora cerca di rinascere proprio grazie alla sua storia. Non a caso mercoledì mattina dalla miniera, accompagnati da minatori in costume, usciranno il vincitore della tappa del Montasio e la maglia rosa, che, chissà, potrebbero anche essere la stessa persona.

Passaggio in Carnia. La carovana poi scenderà verso una Tarvisio vestita di rosa e farà rotta verso la Carnia e Ovaro. Niente Zoncolan, almeno per quest’anno, a cento km dall’arrivo il gruppo inizierà i quasi 20 km di salita che porteranno ai 1.790 km di Sella Campigotto, primo Gran premio della montagna. La Val Pesarina accoglierà per la prima volta il Giro d’Italia, e anche se il gruppo transiterà su quella curva maledetta a velocità elevata, un pensiero già ora va a Thomas Casarotto il corridore under 23 non ancora ventenne, che nel settembre del 2010 fu investito da un’auto durante la tappa del Giro del Friuli e morì dopo pochi giorni di agonia.

Verso la diga. Dopo il Gpm lunga discesa verso Pieve di Cadore e Longarone. Poi la salita finale, nove km facili per arrivare a quota 805 di Erto e Casso proprio sopra la diga. E con la diga, che resistette incredibilmente a quell’immane disastro, che sopravanzerà la fatica dei corridori. È la classica tappa da fughe da lontano quella del Vajont, dopo la dura frazione del Montasio e prima della scontata volata di Treviso, gli uomini di classifica magari daranno spazio a chi vorrà cercare gloria. Finora di fughe “vincenti” al Giro ce ne sono state poche, Pescara a parte. E poi la salita finale non fa paura. Semmai a far paura ai corridori sarà lo scenario. Da brividi, nonostante dalla strage del Vajont sia passato quasi mezzo secolo. Passeranno forte nelle gallerie scavate nella montagna proprio accanto alla diga, non faranno in tempo a notare le lapidi che ricordano i lavoratori spazzati via dalla muraglia d’acqua. Ma il paesaggio ancora segnato

dalla frana del Monte Toc non potranno fare a meno di notarlo i corridori. Tanti gli stanieri, che magari non avranno nemmeno sentito parlare di quel giorno in cui l’uomo sfidò la natura oltre misura e uccise 1917 innocenti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

@simeoli1972

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