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Il compleanno di Pizzul, quando il nostro calcio era tutto molto bello

Stefano Tamburini: Pizzul non è solo un immenso narratore di sport, è anche molto altro. È vero, affonda le radici in un’epoca lontana ma non è mai stato prigioniero del passato. Nelle telecronache non ha mai ostentato i trascorsi da calciatore di Catania, Ischia e Udinese, anzi non ne ha proprio fatto cenno

UDINE. Ottant’anni che sembrano venti e così sarà anche quando saranno cento. Perché per Bruno Pizzul il traguardo di domani e la festa di domani nella sua Cormons non rappresentano che una gioiosa tappa in un cammino fatto di serietà, competenza e ironia vissuto con la leggerezza che si lega alle cose piacevoli, senza età.

Pizzul non è solo un immenso narratore di sport, è anche molto altro. È vero, affonda le radici in un’epoca lontana ma non è mai stato prigioniero del passato. Nelle telec ...

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UDINE. Ottant’anni che sembrano venti e così sarà anche quando saranno cento. Perché per Bruno Pizzul il traguardo di domani e la festa di domani nella sua Cormons non rappresentano che una gioiosa tappa in un cammino fatto di serietà, competenza e ironia vissuto con la leggerezza che si lega alle cose piacevoli, senza età.

Pizzul non è solo un immenso narratore di sport, è anche molto altro. È vero, affonda le radici in un’epoca lontana ma non è mai stato prigioniero del passato. Nelle telecronache non ha mai ostentato i trascorsi da calciatore di Catania, Ischia e Udinese, anzi non ne ha proprio fatto cenno.

Nessuno lo ha mai sentito pronunciare quell’orribile «noi che abbiamo giocato lo sappiamo» che adesso contraddistingue le interviste post-partita dai salotti televisivi occupati da ex in cerca di panchine. Pizzul ha giocato da centromediano metodista, un ruolo che non esiste più, ma “dopo” ha giustamente considerato quel “prima” come una cosa a sé.

I più lo appresero durante una Domenica Sportiva, quando un dubbioso Omar Sivori, bomber juventino, gli mostrò la foto di una partita con entrambi in campo per poi chiedergli: «Bruno, ma eri tu questo? Quanti tunnel ti feci...».

Pizzul, serafico: «Se è per questo neanche uno». In tono anche la controreplica: «Se lo sapevo che diventavi Pizzul il giornalista te ne avrei fatti 40 di tunnel». Finì con sorrisi e abbracci e fu l’unica volta che emerse pubblicamente il passato calcistico di uno fra i più grandi cantori sportivi che l’Italia abbia mai avuto.

Grande come Nando Martellini e Niccolò Carosio, Pizzul ha qualcosa in più: le voci erano belle tutte quante, epiche, baritonale quella di Bruno, capaci di accompagnarti senza stordirti con inutili orpelli o stucchevoli voli pindarici.

E quando arrivava il gol (e solo nel caso della Nazionale o di una partita di un’italiana in coppa) il tono cambiava per accompagnare armoniosamente gioie e dolori.

Pizzul ha narrato le partite di calcio Rai dal 1969 al 2002 (e anche molti altri sport), con qualche parentesi del “dopo”.

Con molta ironia, in una delle tante interviste di questa lunga settimana celebrativa, ha raccontato di aver rifiutato un contratto di collaborazione dopo la pensione: «Così vi ho risparmiato di vedermi all’Isola dei famosi».

E in ogni caso sull’isola non ci sarebbe andato, illuminato com’era e come è da ottimi studi, continue letture e un saper vivere che rifugge dalla ricerca di fama gratuita. In lui c’è sempre stata classe anche nelle cose più lievi: ad esempio nel 2014, quando con Giovanni Trapattoni è stato protagonista di gustosissimi spot pubblicitari per la Fiat.

Pizzul è il primo a rifiutare confronti fra la tv dell’oggi e la sua epoca, quella dei “riflessi filmati”: storie e momenti diversi. Gli attuali telecronisti parlano benissimo di lui ma un po’ temono il confronto inevitabile che chi lo ha visto e sentito è portato a fare.

Certo, come il «tutti a prendere un tè caldo» di Fabio Caressa o il «ccezzionale» di Sandro Piccinini, anche Pizzul aveva delle frasi fatte.

Dal «ha il problema di girarsi» al «tutto molto bello», dal «eh, ci ha girato tutto male» al «se giochiamo così gliela mettiamo», dal «giocano bene questi» al vezzo di chiamare Baggio solo Roberto, un po’ per distinguerlo da Dino, l’omonimo meno famoso, e un po’ per amore di un giocatore unico.

Bruno, a differenza di Carosio, Martellini e Civoli, non ha mai potuto gridare nel microfono «Campioni del mondo!» ma è un po’ come se lo avesse fatto. E fra tante telecronache, quella che più lo “fotografa” è l’ottavo Italia-Nigeria del Mondiale 1994.

Gli azzurri stanno perdendo 1-0, mancano due minuti e la voce di Pizzul ha toni da tregenda, lunghe pause accompagnate da frasi da bilancio fallimentare. A un certo punto, dopo aver detto con un fil di voce «finiamo in un clima sconfortante», la palla s’avvicina all’area rivale.

È un crescendo, dal funerale al carnevale in un soffio: «Ancora un’iniziativa, attenzione la palla è per Baggio. È goooolll di Roberto Baggio». Vincemmo e arrivammo in finale. Quel cambio nel tono era musica, era la melodia dello stato d’animo di tutti. Bruno sapeva farlo bene perché è sempre stato uno di noi. Solo molto più bravo.

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