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Pizzul compie 80 anni, tanti auguri dal suo Friuli

Il celebre telecronista che vive a Cormòns festeggia il compleanno: prima calciatore e poi telecronista con questa regione sempre nel cuore

Da Cormons a Pelè e ritorno: Bruno Pizzul racconta i suoi 80 anni

CORMONS. L’ambasciatore compie 80 anni. Sì, perché Bruno Pizzul è davvero l’ambasciatore del Friuli attraverso un lunghissimo nastro di stagioni, prima da giocatore, poi da telecronista, ora da giornalista capace di trattare argomenti, partite, serate con quella professionalità filtrata dalla propria cultura friulana che lo rende unico nel ...

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Da Cormons a Pelè e ritorno: Bruno Pizzul racconta i suoi 80 anni

CORMONS. L’ambasciatore compie 80 anni. Sì, perché Bruno Pizzul è davvero l’ambasciatore del Friuli attraverso un lunghissimo nastro di stagioni, prima da giocatore, poi da telecronista, ora da giornalista capace di trattare argomenti, partite, serate con quella professionalità filtrata dalla propria cultura friulana che lo rende unico nel panorama dello sport e del calcio in particolare.

Cercare di dipanare il filo della matassa delle sue esperienze è difficile, non certo per l’incapacità dialettica del diretto interessato – Bruno parla davvero sempre come un libro stampato – ma per la mole di passaggi, episodi, tappe che fanno della vita di Pizzul un autentico romanzo.

Bruno Pizzul in versione giornalista appena entrato in Rai dopo aver vinto un concorso nel 1969: fu assegnato alla sede di Milano
Foto dall’album di famiglia per Bruno Pizzul e la moglie Maria che il giornalista chiama simpaticamente “la tigre” per fotografarne il carattere
Bruno Pizzul ha giocato in serie B nel Catania: qui è in azione con la maglia dei siciliani contro la Juventus e O mar Sivori, “ top player” bianconero
Enzo Bearzot con Bruno amava parlare friulano quando viaggiavano insieme per gli impegni della Nazionale che col “vecio” vinse il Mondiale ’82
Bruno Pizzul e Zoff sul palco di una delle edizioni di “Goal a grappoli”: i due si sono incrociati quando Dino era calciatore e poi allenatore dell’Italia
Altri due “pennellate” friulane nella carriera di commentatore di Pizzul con Fabio Capello (che gli fece anche da spalla in tv) e il paròn Gianapolo Pozzo
Pizzul festeggia 80 anni, l'album dei ricordi


Cominciano allora dal Bruno giovane calciatore, nato a Udine ma cresciuto a Cormòns...

«Uno dei tanti ragazzi che giocava al ricreatorio. C’era un solo pallone dopo anni di espedienti, di rotoli di stracci che solo assomigliavano a una sfera. Ce l’aveva procurato Don Rino, monsignor Pietro Cocolin quello che poi diventò l’arcivescovo di Gorizia».

Erano gli anni delle sfide tra amici: quale era la squadra del cuore?

«Il Toro. Sì, c’era stato il Grande Torino, ma soprattutto era arrivato dopo il ciclo vincente della Juventus, cinque scudetti negli Anni 30. I più grandi tenevano per i bianconeri e “governavano” l’unico pallone, noi più piccoli allora rispondevamo tifando granata».

Tutti hanno un soprannome in quel momento dell’adolescenza.



«Anche io. Ero Klein, alla tedesca. Significa piccolo, piciul... Pizzul insomma».

Ma sul campo si faceva notare per l’altezza...

«Vero. Anzi, devo dire la verità, a un certo punto della mia carriera solo per l’altezza».

Però Bruno Pizzul lo troviamo negli almanacchi del calcio italiano come giocatore del Catania alla fine degli Anni 50.

«Non riuscii a giocare nella massima serie. Arrivai in serie B, anche se ebbi un ruolo più che altro nel campionato De Martino, quello che era il torneo riserve. Poi andai a giocare a Ischia, in serie C, ma il ginocchio cominciava già a non funzionare bene».



Ma parliamo del suo Friuli da calciatore...

«A Catania eravamo in sette. C’erano giocatori friulani dappertutto: tra noi parlavano in lingua. Pensate la reazione dei giornalisti quando ci sentivano. Candidò Cannavò, futuro direttore della Gazzetta dello Sport e giovane cronista nella sua Sicilia, amava scherzare: questi ci stanno invadendo».

L’invasione era partita...

«Da tutto il Friuli. Noi della zona di Cormòns, in particolare, orbitavamo attorno al patron della Pro Gorizia, Tacchini, imprenditore commerciava in pellami e che riusciva anche a portare dall’Est giocatori di spessore, come l’ungherese Puskás che poi non riuscì a far tesserare e finì, come ben si sa, al Real Madrid. Ma scoprì anche Szoke che poi si affermò nell’Udinese».

E voi giovani?

«Venivamo sottoposti a provini ai quali assistevano osservatori delle varie società di A e B di tutta Italia. Pensate che anni dopo scoprii che al provino che mi servii per arrivare a Catania c’era anche Tarcisio Burgnich che non fu scelto. Poi diventò uno dei migliori difensori di quel periodo. Forse furono ingannati dalla mia stazza».

Il giocatore più famoso che ha sfidato?

«John Charles della Juventus. Non era una partita di campionato. E a dire il vero non la ricordo neppure troppo bene. Dopo tanti anni Omar Sivori che lavorava con me alla Domenica Sportiva mi mostrò una foto chiedendomi se ero io in azione e quanti tunnel mi fece... Neppure uno risposi. Perché non sapevo che saresti diventato giornalista, concluse lui».

Siamo arrivati così al Bruno Pizzul televisivo che nel ’69 vinse un concorso in Rai e diventò una delle voci del nostro calcio.

«Mi ero laureato in giurisprudenza nel frattempo. Insegnavo materie letterarie in zona, qui in Friuli, e quando mi capitò questa opportunità mi sembrò quasi naturale coglierla: in definitiva avevo giocato a buon livello a calcio e in Rai cercavano dei giornalisti sportivi».

Ma vinto il concorso lasciò ben presto casa...

«Andai prima a Roma, poi fui assegnato alla sede di Milano dove c’era un certo Beppe Viola al lavoro».

Già, un autentico fuoriclasse del giornalismo televisivo, scomparso troppo presto.

«Era geniale nel proporre gli argomenti. E io divenni suo amico. Era un grande amico. Gli piaceva parlare con quel lungagnone friulano così diverso da lui».

Punti di contatto?

«Anche qui in Friuli. Diventò grande amico di mio padre Ferrino dopo aver scoperto che quando andavo a scuola mi premiò dopo la prima insufficienza. Era uno che sosteneva la tesi che gli intellettuali fanno soprattutto danni. E Beppe era d’accordo».

Sua madre invece?

«Ada era udinese. Con mio padre parlava nel dialetto della città, mentre Ferrino rispondeva con il dialetto veneto goriziano. Con me parlavano invece in friulano».

Diciamo che era un bel “melting pot”, usando un’espressione cara agli intelletuali che non andavano giù a Beppe Viola...

«Mio padre aveva una macelleria. Come pure Nereo Rocco. I due si conoscevano. Il Paròn, quando mi incontrava da giornalista, me lo ricordava sempre. Era un furbacchione. Mi diceva sempre: te xè un furlan dell’Impero, ti. Poi quando lo criticavo girava la frittata: te xè un furlan traditore dell’Impero».

E con i furlani del calcio, invece, che rapporto c’era?

«Con Enzo Bearzot e Dino Zoff all’epoca dei Mondiali dell’82 parlavamo in lingua durante i trasferimenti. Tutti i colleghi erano terrorizzati, temevano clamorose rivelazioni. Così subito dopo mi abbordavano... E magari avevamo parlato solo del tempo».

Già, Dino: le ha detto simpaticamente di tenere duro...

«Un grande amico. Ma non mi perdonava nulla. Quando era ct io ero telecronista della Nazionale e accanto a me, come commentatore tecnico, c’era un altro amico: Fabio Capello. Mi venne a prendere in macchina per andare a Zagabria per un’amichevole finita 0-0. Una gara bruttissima. E lo dissi in diretta. Alla fine qualcuno glielo riferì e lui incrociandoci ci disse: voi due, vedete di non passare per il mio paese al ritorno, perché se vi prendo...».

Non resta che raccontare quella volta che parlò in friulano e che...

«E che il Kgb mi staccò la comunicazione. Ero alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 e non c’erano linee telefoniche libere nell’Unione Sovietica. Solo un collegamento dal centro di trasmissione. Così lo sfruttai per telefonare a mia madre e dirle che tutto andava bene. Tentai di farlo in friulano. Una volta, due volte, tre volte. Alla quarta chiesi perché la linea si interrompeva sempre. Parla in italiano, altrimenti quelli bloccano tutto, mi risposero. Funzionò. Tranne che con mia madre Ada: Bruno, parcè mi feveli tu par talian».

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