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Venanzio Ortis e quell’urlo di Praga: quarant’anni fa il titolo di re d’Europa

Argento agli Europei di atletica nei diecimila, quattro giorni dopo oro nei cinquemila. «Eppure quella gara io non la volevo correre»

UDINE. Grazie a quel suo Europeo magico, a quello sprint terrificante sullo svizzero Ryffel e sul russo Fedotkin, il Friuli, Udine hanno cominciato a correre. E forte.

È un’esagerazione? Macché. Basta guardare negli occhi una delle anime dell’Associazione maratonina Udinese, Andrea Ceschia. Annuisce, guarda l’amico di una vita e scandisce le parole: «Sì, grazie a Venanzio Udine ha iniziato a correre».

Lui, Venanzio Ortis, 63 anni di Paluzza, si schernisce. È carnico fino all’osso. Ma quasi si ...

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UDINE. Grazie a quel suo Europeo magico, a quello sprint terrificante sullo svizzero Ryffel e sul russo Fedotkin, il Friuli, Udine hanno cominciato a correre. E forte.

È un’esagerazione? Macché. Basta guardare negli occhi una delle anime dell’Associazione maratonina Udinese, Andrea Ceschia. Annuisce, guarda l’amico di una vita e scandisce le parole: «Sì, grazie a Venanzio Udine ha iniziato a correre».

Lui, Venanzio Ortis, 63 anni di Paluzza, si schernisce. È carnico fino all’osso. Ma quasi si commuove.

Il 2 settembre saranno passati quarant’anni dall’impresa di Praga. Europei di atletica. Ortis corre i 5 mila metri, vince. A braccia alzate dopo una volata al cardiopalma.

«Eppure io quella gara non avrei dovuto correrla. Il ct Enzo Rossi, poche ore dopo i 10 mila, cominciò a pressarmi. Mi voleva alla partenza anche dei 5 mila. Il professor Vittori, l’allenatore di Mennea, mi prese a male parole anche nel bagno in comune che avevamo nell’appartamento dell’Italia affinché corressi. Mi iscrissero contro la mia volontà».

Eppure il 29 agosto aveva conquistato l’argento nei 10 mila...

«Feci il record italiano, 27’31”48 e commisi anche un errore tattico. Ma io, testardo, dei 5 mila non volevo saperne.

Facciamo un passo indietro. Paluzza, anni Sessanta. Ricorda la prima corsa?

«Si giocava a “Delibero”. Uno in mezzo, gli altri a correre. Io correvo forte. Ma filavo anche sugli sci. Lo sport a Paluzza e dintorni passava per mio zio Gaetano Di Centa, il papà di Manuela e Giorgio, e per l’Aldo Moro. Sci di fondo d’inverno e corsa in montagna d’estate. Vinsi anche nel fondo da ragazzo».

Poi?

«Finiti i due anni al Malignani di Tolmezzo dovetti trasferirmi a Udine per completare gli studi. E l’atletica fagocitò lo sci».

Le prime vittorie. A casa cosa le dicevano?

«Di prendere il diploma, il resto contava poco».

C’è una gara particolare che ricorda?

«Le gare a Timau, con l’obbligo di curvare oltre le bandierine del campo dal calcio, più della Cinque Mulini Juniores, il Cross delle Nazioni, le Finali dei Giochi della Gioventù allo Stadio dei Marmi a Roma...».

Se le dico 1974 a cosa pensa?

«Secondo Celere di Padova, gruppo sportivo della polizia. Eravamo atleti privilegiati, ma là piansi. Non erano anni facili poi quelli».

Se le dico 1976?

«Anno fondamentale, drammatico, indimenticabile. Ho partecipato alle Olimpiadi, sarebbe state le mie uniche Olimpiadi, avevo 21 anni. Ma del 1976 ricordo soprattutto la sera del 6 maggio, il viaggio da Paluzza a Ravascletto. Non mi accorgo di nulla, mi dicono del terremoto a Ravascletto, telefono a casa, invece risponde il parroco di Cercivento. Corro a casa, stavano tutti bene ma la mia Fiat 850 Coupè appena comprata era stata sfondata da un comignolo».

Le Olimpiadi?

«Mi portarono perché avevo corso in 13’38” i 5 mila, 4 secondi sotto il minimo europeo, ma troppo poco per i limiti italiani. Si andava in pochi allora alle Olimpiadi. Fu un’esperienza magnifica, c’erano tanti emigranti friulani a Montreal. Il villaggio, lo stadio. Corsi i 5 mila, andai fuori in batteria».

A Paluzza?

«Avevamo una pista di atletica non omologata con un atleta alle Olimpiadi. Pensi che, recentemente, mi hanno chiesto l’autorizzazione a smantellarla quella pista (che tristezza ndr)».

Arriviamo a Praga...

«No, aspetti. Senza lo stage di allenamento nel 1977 in Australia e Nuova Zelanda non ci sarebbe stata Praga. Da dicembre a gennaio 8 gare in 10 giorni con i più forti al mondo. Corsi i 5 mila in 13’27” e imparai una cosa, che anche i nostri atleti di adesso dovrebbero mandare a memoria: senza il duro allenamento non si va da nessuna parte».

Adesso ci racconta la volata di Praga?

«Sì. Vinco la batteria e comincio a convincermi. Il 2 settembre inizia una gara tattica. All’ultimo giro guardo il tempo sul tabellone luminoso. Batto lo svizzero e il russo, braccia al cielo e via».

Telefonò subito a Paluzza?

«Prima chiamai il professor Franco Colle, il mio allenatore».

Cambiò la sua vita quel titolo europeo?

«Certo, e lo capii subito. Popolarità a raffica».

E denaro?

«Macché».

Ronaldo prende 31 milioni l’anno che ne pensa?

«È un’aberrazione, ma se il calcio muove quel giro di denaro...».

Ortis e gli infortuni?

«Tranne un ottimo 1981 dopo Praga fui tormentato dagli infortuni. I problemi a un piede mi perseguitarono. Cominciai a fare l’agente di commercio».

Ortis e il doping?

«Correvamo contro gli atleti dell’Est, là le atlete donne avevano i baffi, qualcosa di strano si percepiva»

Lei inaugurò l’età dell’oro del fondo e mezzofondo. Cova, Antibo, Mei...

«Fino a Baldini che vinse l’oro olimpico ad Atene 2004».

Poi la crisi...

«Dovuta tanto all’inadeguatezza dei tecnici federali, alla programmazione che non c’è. Guardi Alessia Trost, talento purissimo che rischia di essere rovinato dalle teste pensanti».

Lei corre ancora?

«Due volte alla settimana, 7-8 km alla volta, col mio ritmo». L’amico Andrea se la ride. Capito: meglio non seguire Venanzio. L’uomo che fece correre i friulani.

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