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LA TESTIMONIANZA DELL’UDINESE GIORGIO GORLATO, ORIGINARIO DI POLA

«Storia vera, ho pianto mio padre rapito dai titini»

UDINE. Giorgio Gorlato, 75 anni, abita a Udine, in via Caccia, ed è nato a Dignano d'Istria, in provincia di Pola. Da esule risiede in Friuli dalla fine della guerra. Figlio del notaio Giovanni,...

UDINE. Giorgio Gorlato, 75 anni, abita a Udine, in via Caccia, ed è nato a Dignano d'Istria, in provincia di Pola. Da esule risiede in Friuli dalla fine della guerra. Figlio del notaio Giovanni, rapito dai partigiani titini il 3 maggio 1945 e non più ritrovato. Ha frequentato il liceo classico Stellini e continuato gli studi in giurisprudenza fino alle soglie della laurea. Ora, dopo un lavoro come funzionario Inps, è in pensione. Prima giocatore e poi arbitro di basket, è figura conosciuta nel mondo dello sport, attualmente vicepresidente del Panatlhon Club di Udine.

Gorlato interviene sullo spettacolo Magazzino 18. «L’ho visto a Tolmezzo il 13 novembre scorso: una grande emozione tanto che, al termine, avevo le lacrime agli occhi perché mi ha fatto ricordare la figura di mio padre e la storia di un intero popolo che dovette abbandonare le case e tutti i suoi averi. Ho voluto incontrare Cristicchi e il regista Calenda per congratularmi: hanno fatto un racconto delicatissimo, toccando tutti i sentimenti e raccontando la pura verità dei fatti». All'uscita dal teatro, quella sera, commozione e incredulità, e più di qualcuno che diceva: «Ma che storia! Non sapevamo nulla».

Magazzino 18, al Porto Vecchio di Trieste, è il deposito dove gli esuli, prossimi ad affrontare lunghi periodi in campo profughi o viaggi difficili verso mete lontane, lasciarono le loro case: effetti personali, mobili, fotografie, quaderni, stoviglie, utensili da lavoro, che sono ancora lì accatastati. Va ricordato – quella storia non è conosciuta da tutti – che dopo la seconda guerra mondiale, con il trattato di pace del 1947, l'Italia perde vasti territori dell'Istria e della fascia costiera e oltre 300 mila persone scelgono, davanti a una situazione intricata e irta di lacerazioni, di lasciare le terre natali destinate a non essere più italiane. «Dal 1947 al 1953 – ricorda Gorlato – 100 mila profughi passarono per Udine, dove operava un importante centro smistamento, per poi disperdersi in tutto il mondo». Cristicchi ha preso lo spunto per lo spettacolo dal libro dello storico italiano di origine polacca Jan Bernas, autore di Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani: un lavoro che ha destato anche polemiche, essendo la materia un nervo coperto. Secondo Gorlato, lo spettacolo è un modo utile per far conoscere una parte della storia dell'Italia che, di proposito e per comodità politica, resta a tutt’oggi sottaciuta. Bene il coinvolgimento delle scuole, in programma anche a Udine. «È sacrosanto – afferma – perché devono conoscere la storia nella sua integrità. La storia di un popolo disperso di cui è rimasto solamente

il nome. La storia, come sostiene anche lo scrittore Gianni Oliva, autore del recente L'Italia del silenzio, deve raccontare i fatti come si sono veramente svolti e non essere rimaneggiata per convenienze politiche o economiche».

Silvano Bertossi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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