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Il successo di pordenonelegge? S’interroga sul mondo

L’analisi del curatore del festival, Alberto Garlini, a pochi giorni dall'inizio della 17ª edizione

PORDENONE. Sono diciassette le edizioni di pordenonelegge, tante per un festival, tante per un mondo che perde sempre di più il valore della durata come valore che fonda la società. I rapporti di coppia sono precari, i lavori sono precari, i figli che rappresentano un investimento sul futuro sono sempre di meno. Abbiamo visto in diciassette anni passare molte mode, la abbiamo viste nascere e poi perire.

Le parole d’ordine della nostra società si sono modificate a più riprese, a ondate. Abbiam ...

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PORDENONE. Sono diciassette le edizioni di pordenonelegge, tante per un festival, tante per un mondo che perde sempre di più il valore della durata come valore che fonda la società. I rapporti di coppia sono precari, i lavori sono precari, i figli che rappresentano un investimento sul futuro sono sempre di meno. Abbiamo visto in diciassette anni passare molte mode, la abbiamo viste nascere e poi perire.

Le parole d’ordine della nostra società si sono modificate a più riprese, a ondate. Abbiamo discusso come pazzi su temi che sono durati lo spazio del mattino, ma che in quel mattino imponevano una chiara presa di posizione. Viviamo un costante referendum sul presente, in cui dobbiamo costantemente dire da che parte stiamo.

Dai marò, al referendum, alla giunta Raggi, alla ricostruzione dopo il terremoto, all’Europa, agli immigrati. La scelta chiara che ci viene imposta è spesso sconnessa rispetto alla informazione che servirebbe per dare una risposta appropriata. Scegliamo più per stomaco che per ragione. E spesso non capiamo quasi nulla di ciò su cui dobbiamo pronunciarci.

A fronte di queste mode, di questi repentini cambiamenti del gusto o delle priorità intorno a cui la nostra società si muove, pordenonelegge dura da diciassette anni mantenendo la sua formula quasi invariata. Verrebbe da chiedersi perché.

In fondo pordenonelegge parla di libri, i libri sono superati dalle nuove tecnologie, dai nuovi media. Come mai questo oggetto inventato tanti anni fa rimane ancora così importante, come mai tanta gente si muove, assiste agli incontri ne parla e ne discute? Come mai passano tante mode ma pordenonelegge, e in generale il fenomeno dei festival, rimangono?

La risposta credo che sia da andare a cercare nella natura stessa dell’uomo. Da sempre l’uomo s’interroga sul mondo che ha intorno. Si pone domande, cerca risposte. Anzi più che risposte, cerca delle narrazioni che possano essere aderenti alla realtà: miti fondanti, apologhi morali, eroi. L’uomo fin dall’origine dei tempi è sempre stato fantasioso nel cercare cause, genesi, teogonie.

Lotte di titani, figli della lupa, mele del peccato, tartarughe giganti, polvere, fango, luce e serpenti piumati. Le piccole comunità di uomini si riunivano intorno al fuoco e, raccontandosi questi miti, cementavano i rapporti sociali. Facevano parte di una narrazione che li accomunava profondamente. L’uomo è un animale in parte narrativo.

Prima però ho detto che le narrazioni umane sono state fantasiose, forse non è la parola esatta, forse quella più corretta è creative. Molti antropologi spiegano il successo evolutivo dell’uomo sapiens nel rispetto ad altre forme di homo (come il Neanderthal per esempio) proprio per la sua maggiore creatività.

Abbiamo cominciato presto a ornarci di gioielli, a dipingere le caverne, a raccontarci storie. Questa creatività, la capacità cioè di connettere diverse parti del cervello e quindi diverse realtà, è stata vincente. In sostanza l’uomo è quello che è perché si è posto domande, e ha risposto in modo creativo.

Pordenonelegge in fondo non fa altro che questo, creare un luogo dove ci si possa fare delle domande, dove si possano trovare delle narrazioni aderenti alla realtà. Risponde cioè a un bisogno primario dell’uomo, questo strano essere che si interroga sul mondo, che vuole capirlo, che cerca di modificarlo (con anche tutti i problemi che questa caratteristica comporta).

E questo bisogno è oggi più che mai sentito in una società che ha smesso di farsi domande e le ha sostituite con un emozionale prendere parte o posizione, come i like su facebook. Non più domandarsi, avere dubbi, ma dire sì o no immediatamente.

In questo senso lo spazio proprio della natura umana si è ristretto a un suo simulacro (il quotidiano referendum) e le occasione per andare in profondità al mistero, alla oscurità e spesso alla indecifrabilità del reale, sono irrinunciabili per stare bene con se stessi.

Abbiamo bisogno di parole che pesano, di narrazioni che si avvicinino alla realtà. È la nostra natura: e i libri, questo strumento antichissimo, ci aiutano ad assecondarla.

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