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Gli ebrei in Friuli: «Noi Gentilli vittime nel vortice della Shoah»

Il racconto di Umbertina, classe 1931: la nostra vita insegna cosa vuol dire non avere all’improvviso piú diritti e fuggire

di VALERIO MARCHI

«Siamo rimaste come testimoni diretti degli avvenimenti che hanno coinvolto la mia famiglia all’epoca delle persecuzioni antisemite solo mia sorella Liliana, che abita a Milano, e io. A Udine, fino al luglio del 2015, c’era ancora mio cugino, l’ingegner Roberto Gentilli, che molti ricordano con stima e affetto».

Esordisce cosí Umbertina Gentilli, ebrea udinese, classe 1931.

La sua famiglia, che conta oggi numerosi componenti, discende da un nucleo presente da secoli nella nostra regione. Suo nonno Giuseppe e suo papà Nino (che con la moglie Rita Bassani, di Udine, ebbe quattro figlie) erano originari di San Daniele del Friuli.

Nel 1938 le leggi razziali esclusero in Italia migliaia di studenti ebrei dalla scuola pubblica. Una di loro era Umbertina, che racconta: «Mia mamma dovette spiegarmi che per motivi particolari non avrei più potuto frequentarla e si diede subito da fare, organizzando una piccola scuola domestica per un gruppetto di ragazzi ebrei della città».

Triste fu la sorte di alcuni docenti benemeriti che, a Udine, diedero il loro contributo affinché una parvenza di scolarità sussistesse per gli allievi ebrei. Non uscirono vivi da Auschwitz il fiorentino Aldo Orvieto, facente funzioni di rabbino a Gorizia, e la goriziana Rina Sara Luzzatto. Riuscì a salvarsi, invece, la maestra triestina Marcella Zaban: catturata e deportata nel 1944, ma liberata nel 1945, fu l'unica della sua famiglia a tornare a casa, dopo una dolorosa convalescenza.

La vita della famiglia Gentilli, al pari di quella di tante altre, fu letteralmente stravolta per sette anni, sino alla Liberazione: «Ripercorrere storie come la nostra – prosegue – offre l’opportunità di farsi un’idea di che cosa significhi scoprire, all’improvviso, di non avere più diritti: espulsi da ogni attività lavorativa, dalla scuola, e costretti a usare nomi falsi, a spostarsi continuamente in cerca di rifugi, sempre con il terrore di essere arrestati. Ciò che è successo ha colpito violentemente la mia infanzia e la mia adolescenza, lasciando tracce indelebili nella mia mente e nel mio cuore».

Nel 1943, con la caduta del fascismo e la svolta dell’8 settembre, sia il nucleo famigliare di Nino e Rita sia un buon numero di parenti iniziarono ardue peregrinazioni fuori dal Friuli, anche all’estero, per scampare alla Shoah: fra costoro, ad esempio, il già nominato Roberto Gentilli e Magda Gentilli, madre del professor Giampaolo Borghello. Una parte dei Gentilli e dei loro parenti più stretti sopravvisse; un’altra, invece, perì nei campi di sterminio.

Umbertina è lucidissima: «Si tratta di un’epoca lontana, ma sempre presente nella mia mente come un film con fotogrammi precisi, sebbene non facilmente descrivibili e ricomponibili. Nondimeno, sto dando il mio apporto per la stesura di un libro che narri la storia della mia famiglia».

Alcune memorie sono pesanti, altre addirittura orribili. Tuttavia, Umbertina ricorda anche con animo grato e commosso «coloro che, friulani o no, religiosi o laici, personalità di spicco o comuni cittadini, agirono con coraggio e abnegazione, aiutandomi a raggiungere la salvezza».

E fra tutti i cuori buoni e generosi sceglie di menzionare la cattolica vicentina Angelina Peronato, insegnante di Lettere, eroicamente attiva nella Resistenza: «Bisognava nascondere gli ebrei, sottrarli alla furia tedesca – ricorderà anni dopo Angelina – perché essi sono, come noi, figli di Dio».

Nel 2015, invitata alla cerimonia d’intitolazione alla Peronato della scuola d’infanzia comunale di Saviabona (Vicenza), Umbertina ha presentato tramite la figlia Silvia un messaggio

di ricordo e di speranza, con l’augurio: «Che i bambini di questa scuola, seguendo l'esempio di Angelina Peronato, possano crescere sani, generosi e forti come lei certamente avrebbe desiderato».

È un augurio che vale, ovviamente, per tutti i bambini.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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