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Studio Uno e Dalida, ed è ancora passato remoto. Ma non farà male alla cervicale tutto questo voltarci indietro?

 

di Gian Paolo Polesini

Non è che ingerendo troppo passato remoto ci va in malora il futuro semplice?

A leggere le controindicazioni sul foglietto allegato, in certi casi gira la testa, c’è persistente nausea per tutto ciò che è rivolto al domani e, nei casi gravi, depressione, intolleranza al presente, tachicardia.

L’abuso dei flashback, in generale, si sprigiona se il contemporaneo è difettato e pare sia un buon medicamento per il logorio della vita moderna.

Le serate RicordeRai attecchiscono le cadute di un oggi scivoloso.

E il remake pasticciato di Studio Uno, sebbene sia stato ingentilito da Giusy, Alessandra e Diana (tre pupette assai graziose e pure molto anni Sessanta), è il rimedio alla futurite, malattia del decennio in armonia con l’ansia del giorno dopo. É un continuo rimestare nell’altro Secolo come se questo non fosse affar nostro bensì appoggiato sulla gobba dei ragazzi del 2060, che sicuramente lo rimpiangeranno.

I bookmakers danno questa impotesi a due. Scontata.

Per comodità raggruppiamo sotto lo stesso ceppo la miniserie sul varietà indimenticato dei Sessanta e la biopic su Dalida, splendida e tormentata creatura degli anni ribelli.

Usando i segni di comunicazione elementari, quelli di facile assorbimento, diciamo uno abbastanza degno di stare nell’orbita del sole/cinema, mentre l’altro è in pieno nella scia di Centovetrine.

Raiuno li ha sparati a mitraglia approfittando del traino sanremese, e come contraddirli. Gli amorini da Grand Hotel piazzati dietro le quinte di Studio Uno, con una Mina in palleggio fra quella vera rubata dalla “loro” tv e una controfigura a volto coperto, hanno svilito col solito giro di amorini una delle poche storie uniche dello spettacolo italiano.

Dalida, altresì, sceglie l’impostazione cinematografica, erige un’impalcatura protettiva attorno

a una stepitosa Sveva Alviti affinché sia preservata beltà e bravura, srotolando tutti i mali oscuri della dea, e lo diciamo perché lo era davvero, almeno in un contesto credibile.

Ripasso fatto, dunque. Ora pensiamo al gorilla di Gabbani, valà.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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