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«Raccontiamo i fragili e i vinti nauseati dagli intellettuali»

Lo scrittore di Erto e l’amico cantautore di Tolmezzo insieme in “Quasi niente” Un libro-antidoto alle delusioni del mondo che riscopre il valore della montagna

MARIO BRANDOLIN. C’è attesa per il libro scritto a quattro mani da Mauro Corona e Luigi Maieron, Quasi niente, che sarà presentato ufficialmente sabato sera all’auditorium Candoni di Tolmezzo e sarà in libreria per i tipi di Chiarelettere nei prossimi giorni. Un libro di confidenze tra amici, di riflessioni e pensieri giocato sul filo dei ricordi, delle storie di persone semplici, ma uniche, che dalle montagne del Friuli, dai piccoli paesi della Carnia «dove non nevica firmato e ci si può chiamare da una costa all’altra», sono entrati di prepotenza, con la forza di «un’epopea montanara di valori e umiltà», nei libri di Corona e nelle canzoni e nelle poesie di Maieron. E che in “Quasi niente” trovano una sorta di affabulatoria sistemazione in quella «filosofia montanara che è grido di protesta contro un sistema che ha dimenticato la centralità dell’uomo» (Maieron). Ma come si è arrivati a questo libro? «Su sollecitazione dell’editore – spiega Corona – al quale avevo parlato molto e bene di Gigi con cui assieme a Toni Capuozzo si va in giro a fare teatro con “Tre uomini di parola”. Così ci siamo trovati davanti a un registratore e una bottiglia di vino e lì ci siamo lasciati andare a una chiacchierata di diversi giorni». «E in luoghi che sceglieva Mauro – gli fa eco Maieron – e non ultimo in un posto impervio che sa solo lui in cima alla montagna dove siamo arrivati rigorosamente a piedi. In quella che lui chiama la sua tana» e «dove – prosegue lo scrittore di Erto – vorrei ritirarmi perché se guardo al mondo di oggi, ai rapporti che intercorrono tra le persone, anche nel mondo della cultura, della intellettualità, tutto un mors tua vita mea, mi sento avvilito, nauseato. Lì sto bene, anche se non stai bene da nessuna parte se il tuo animo è straziato, addolorato». E come è l’animo oggi, dopo questo libro che, a suo dire, dei suoi 27 è quello di cui è più contento? «Pensavo di aver capito tante cose, credevo di essere forte, cinico, ma da quando un paio di anni fa ho smesso di “fare” Mauro Corona, mi sono accorto di essere molto meglio, ma anche più fragile di quello che recitavo». Per questo nel libro i tanti personaggi che lo popolano incarnano storie di sconfitte, ma mostrano anche di saper reagire, riprendersi la vita.

«Lezione importantissima, quella che ti arriva dal fallimento. Da quando non ho vinto il Campiello, al quale tenevo, ho scoperto che la sconfitta può rendere felici gli altri, i tuoi detrattori che godono se stai male. Allora, fallite, falliamo tutti che rendiamo felici gli altri, perchè lo scopo nella vita è far star bene il prossimo». Storie antiche, queste di “Quasi niente” che chiedono di essere tramandate, «perché – ancora Corona – bisogna scrivere per lottare contro l’oblio». E non solo «per giustizia di ricordo», perché «da loro possiamo imparare molto. Questo librino qui fa capire la tenacia la forza di ricominciare, come quella che ha consentito a Orlandin, che aveva perso entrambe la mani di riprendere a suonare la fisarmonica, facendosi costruire protesi allo scopo». «Sono grandi insegnamenti – chiosa Maieron – quelli che ci arrivano dai nostri personaggi, che non ce l’hanno avuta facile, ma si sono curati le ferite, sono andati alla sostanza della cosa che è la vita stessa, nella sua concretezza e quotidianità».

Personaggi leggendari, attaccati alla vita e ai valori non per moralismo, ma perché fanno stare meglio, in una montagna sorprendentemente viva. Ne vien fuori una sorta di spiazzante manuale

di sopravvivenza in cui l’etica del fare, del pensare concreto del mondo degli umili di ieri si contrappone con forza all’estetica dell’apparire del mondo di oggi. Una solidità che è «sostanza vera vitale umana» anche, se visti i tempi, può apparire “quasi niente”.

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