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Gianni, il rivoluzionario

L’addio a Boncompagni, 84 anni, l'uomo che disinnescò varie bombe: da Alto Gradimento a Discoring, non scordandoci di Non è la Rai

 

 

 

 

 

di GIAN PAOLO POLESINI

 

Senza forzatura alcuna potremmo serenamente incasellare Gianni Boncompagni nella ristretta lista dei rivoluzionari italiani. Accanto a Mazzini e a Garibaldi, osando per eccesso.

Altra pasta, lui, comunque. Fece l’impresa evitando morti ammazzati e la discesa in campo di generali sanguinari. Anzi, Gianni risuscitò gli zombie del piccolo schermo, cambiando aria al tubo catodico, già incrostato per bene.

L’aretino fu autore di sommosse storiche, e ancor’oggi i riverberi delle sue battaglie radiofoniche e televisive rimbalzano su ciò che resta della comunicazione moderna, ovvero ammassi di cloni affastellati uno sull’altro privi di unicità e di carattere.

A ottantaquattro anni, nasce toscano nel 1932, l’innovatore mediatico più incisivo del Novecento, ha pensato che il tempo terreno fosse ormai in over, e così se n’è andato di botto proprio nel giorno che il sepolcro si scoprì.

Boncompagni apparteneva alla generazione dei coraggiosi, che non si curarono affatto delle possibili reazioni popolari e dell’intellighenzia critica. Loro, gli autori di allora, inventavano e trasmettevano.

Semmai il programma si fosse rivelato un flop, pazienza, ne valeva la pena lo stesso. Oggi la paranoia dello share ha formato un esercito di fifoni, che preferisce essere rassicurato dal format conosciuto, piuttosto di avventurarsi nelle sabbie mobili della creatività.

Certo, dalla sua c’era un’Italia più stimolata all’evoluzione, un Paese con una voglia matta di costruire e non come quello di oggi che distrugge volentieri.

Un bel problema da dove iniziare il cammino, i monoliti plasmati da Boncompagni sono più d’uno e, fra l’altro, si equivalgono.

Dai, Bandiera gialla, ogni sabato pomeriggio, ci sembra rappresenti al meglio la nostra copertina. Anche perché cronologicamente fu un debutto di gran sostanza. Intanto siamo alla radio, punto uno. Punto due, il calendario segnava il 1965.

Gianni si presentò davanti ai microfoni con l’amico Renzo Arbore con l’imperativo di sdoganare la musica d’avanguardia invisa ai conservatori. E per questo si coniò l’insegna Bandiera Gialla, che simboleggiava la quarantena per epidemia. Il beat varcò i confini, lo Stivale imparò a cantare gli inni del sound più grintoso e Gianni Pettenati si fece i soldi con la canzonetta «finchè vedrai sventolar bandiera gialla e saprai che qui si balla ed il tempo volerà...».

Ah, sulla scia boncompagnesca nacque il Per voi giovani arboriano. Così, giusto per la precisione.

La rivolta radiofonica era ancora sull’incipit della sua storia e nel 1970, dal 7 luglio, sempre quei due misero su il più mirabolante show sul nonsense che mai il cittadino italiano ascoltò: Alto Gradimento, una cozzaglia di personaggi con svariate matrici comiche, ma nessuna conosciuta. Max Vinella, il colonnello Buttiglione, Raimundo Navarro, Scarpantibus e decine e decine di altri uscirono da quegli altoparlanti con le voci di Giorgio Bracardi e Mario Marenco. Un fantastico cazzeggio colto, rimasto fortunatamente isolato. Nessuno mai si fidò d’imitarlo.

Qualcosa che aveva a che fare con la tradizione divenne trasgressione e imparammo a conoscere la consistenza del surreale, come se il teatro di Ionesco o di Beckett fosse scivolato dentro un bussolotto con due manopole.

Di programmi televisivi Boncompagni ne firmò a decine, non tutti pigliarono la via dell’immortalità, e ci mancherebbe. Crociera, nel 1998, fallì miseramente. Uno, ecco, uno.

Vogliamo parlare di Discoring? Chi nei Sessanta iniziò a camminare, Discoring (1977) se lo ricorda eccome. Le hit del momento finivano nella classifica dei 33 e dei 45 giri. Non dimentichiamoci della vena autorale di Gianni Boncompagni: scrisse i testi di molte canzoni, da Ragazzo triste a Tuca Tuca.

Il feeling con la Carrà ci costrinse a contare i fagioli nel vaso di Pronto, Raffaella?, provocatorio conteggio pre prandiale, che esaltò la vena partecipativa della casalinga di Voghera, dimenticata sui fornelli e rimessa sul trono dalla Tv.

Non vorremmo scordarci, restando in zona “osa che sarai premiato” di Primadonna su Canale 5 con una potentissima Eva Robbin’s, giusto per rafforzare ancora l’idea di quanto ’sta gente tentasse di sfondare le tricolori linee Maginot della televisione.

E ora il must, signore e signori: Non è la Rai, che usò un titolo quanto mai esplicito: infatti, andò in onda su Canale 5. Al comando c’era Enrica Bonaccorti, poi arrivò Paolo Bonolis e infine Ambra Angiolini.

Tutt’attorno ragazzine yé-yé, carine, spigliate, nervose con una voglia matta di finire famose e parecchie ci riuscirono per davvero: Laura Freddi, Alessia Mancini, Alessia Merz, Antonella Elia, Romina Mondello, Yvonne Sciò, Antonella Mosetti, Nicole Grimaudo, Claudia Gerini etc, etc.

Boncompagni e la storia dell’auricolare, Boncompagni e le minorenni, si scrisse di tutto e di più quell’ammasso di magnifica armonia femminile allo stato brado, malvista dai moralisti dell’epoca e ora rivalutata, destino comune di tanti salti nel buio non subito compresi.

La liturgia mediatica di oggi vive di noiosi sermoni, nessuno

riesce a ribaltare l’ordine costituito, crediamo frenato da un categorico «vola basso». Meglio far la spesa in Spagna: i format costano poco e qualcosina rendono.

Si richiede soltanto sopravvivenza. E i rivoluzionari sono quasi tutti morti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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