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Rolandina, transgender al rogo nella Serenissima del 1353 

Il pordenonese Salvador narra una storia vera attraverso gli atti del processo La giovane venditrice di uova e di veli ricamati fu accusata di sodomia

Solo cinque anni sono trascorsi dalle peste nera che si è portata via metà della popolazione. Venezia, nel 1353, è una città provata. Palazzi semplici e severi, calli fangose, pochi ponti e tante passerelle. In questo scenario prende corpo la vicenda di Rolandina Roncaglia. Ventotto anni e una doppia vita. Di giorno venditrice di uova, di notte prostituta. Con un sogno: aprire un giorno un negozio tutto suo. È diversa dalle altre Rolandina. Meglio vestita, per nulla volgare, ma anzi aggraziata nei modi e nel linguaggio. Naturalmente avvenente e al contempo timida, quasi vergognosa del suo vendersi.
Diversa anche perché sotto i panni della donna cela un segreto che le costerà la vita.
Accusata di sodomia, quella che è considerata la prima transgender documentata nell’occidente cristiano, sarà condannata a morte sul rogo. Rea d’Essersi macchiata di un reato che la Venezia del XIV secolo considera contro natura e di particolare gravità.
La storia di questa giovane viene oggi riportata alla luce dall’ultima fatica dallo studioso del medioevo, Marco Salvador: “Processo a Rolandina”, 122 pagine (edite da Fernandel) in cui l’autore racconta pescando a piene mani dalle fonti primarie quali gli atti del processo e il diario privato di uno dei giudici.
L’indagine per sodomia una verità sconvolgente per l’epoca: a dispetto del nome, dell’aspetto e dei modi, Rolandina è un uomo, forse un ermafrodito. Il libro è un crescendo. Segue il ritmo e lo svolgimento delle indagini.
Tutto inizia il 16 settembre 1356. Giovanni detto Ferro, doratore di buona fama e discreta sostanza, denuncia «la detta Rolandina per l’atto che viola le leggi di Dio, della Natura e della Serenissima Repubblica».
Seguono informative, petizioni, pagine di diario, deposizioni. Come quella di Giacomo Negro, ufficiale dei signori della notte inviato a San Cassiano e Rialto per indagare su Rolandina. «Posso confermare che se il mattino si dedica alla vendita di uova crude e sode, di qualche cuffia e velo ricamati, a partire dal tardo pomeriggio fa la prostituta a Rialto adescando i clienti nei pressi del Sotoportego del balestrier».
Passa poi a descriverla Negro: «Non è molto alta, è minuta di fisico, con pelle molto chiara, capelli corvini e occhi verdi». Insospettabile la sua vera natura salvo che con l’andare dell’indagine da una parola sentita per caso, a qualche pettegolezzo, la verità viene via via a galla. Fino alla prova madre, in carcere, presente un medico.
Il 28 marzo 1354 Rolandina è condannata a morire sul rogo. Non tanto per il reato commesso né perla sua natura “satanica”, quanto per il bigottismo, il cieco fervore religioso e il clima di odio che permeano la società del tempo.
A un passo dal commutare la pena nella carcerazione dura, il Doge cambia repentinamente idea, dopo avere sentito il maggiordomo svelargli all’orecchio il nome di uno dei frequentatori di Rolandina. Uno dei nomi che lei, pur sottoposta a un interrogatorio fatto di sevizie, non pronuncerà mai. Il nome è quello del figlio del Doge ed è in buona compagnia, di tanti dei clienti in vista i cui nomi moriranno con lei, vittima di una società in cui la promiscuità sessuale è all’ordine del giorno, ma va taciuta, nascosta, addebitata a chi non è in condizione di difendersi.
Rolandina ne fa le spese sola, uccisa per essere diventata pericolosa ben oltre il reato imputato, testimone di una società che deve a tutti i costi
negare celare quel che la chiesa sa, ma non può accettare. Quel che è sotto gli occhi di tutti.
«Leggetelo come foste i giudici veneziani di allora - ammonisce l’autore -. Giudici almeno pietosi, se le vostre convinzioni v’impediscono di essere imparziali».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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