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«Sono i burocrati la nuova casta che frena il Paese» 

Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri alzano il velo sul problema Si avverte la necessità di semplificare le regole per poter ripartire 

Non sono i politici, la casta. Sono i burocrati, specie inamovibile e autoperpetuantesi che detiene il potere e ostacola le riforme nel timore di perderlo, un po’ come fecero i samurai, residuo medievale del Giappone di fine ’800.
Questa la tesi di “I signori del tempo perso – I burocrati che frenano l’Italia e come provare a sconfiggerli”, libro scritto per i tipi di Longanesi da Francesco Giavazzi, economista cattedratico alla Bocconi e da Giorgio Barbieri, giornalista del gruppo l’Espresso.
L’eccesso di burocrazia costa miliardi e favorisce la corruzione, sostengono gli autori, accostando il caso Italia a vicende verificatesi negli Usa, ma anche in Egitto, Perú e Georgia. E, senza nascondere le loro simpatie, aggiungono che Matteo Renzi ha perso “per ora”, nella sua battaglia per passare dalla situazione stagnante di “più leggi, più stato, più repressione”, all’unica ricetta possibile: “più liberalizzazioni, meno leggi e regole”.
Come lo definiamo il libro: un peana per il liberismo?
Una riflessione sul fatto che l’Italia non cresce per colpa della burocrazia e non della politica. Il punto cruciale è questo. Il discorso sul liberismo riguarda la soluzione del problema.
La burocrazia viene da lontano e da sempre continua a crescere e a difendersi. Però ci sono stati anni, voi li citate, in cui il paese correva...
Perché allora le decisioni appartenevano alla politica. L’Autosole è stata fatta presto e bene perché le scelte le hanno fatte i politici. Con Tangentopoli, per ridurre la corruzione, si è tolto loro il potere decisionale. Il risultato è che la corruzione è anche peggiorata, e che non si fa nulla causa l’eccessiva regolamentazione. Ogni nuova regola, ovviamente, è un posto in più per i burocrati.
Riportiamo la responsabilità di agire in capo alla classe politica, allora. Però nel frattempo questa si è dequalificata.
È fuori di dubbio che non abbiamo più gli uomini che ci governavano negli anni ’70. Ma ridando ai politici il loro compito potrebbe innescarsi un processo endogeno, e rinascere una classe politica capace di fare. Oggi i cittadini non possono dire al sindaco: sei stato inattivo, non ti rieleggo, perché questi può ribattere: a bloccare tutto è stato il burocrate.
Alcune delle affermazioni lasciano perplessi. Magistratura contabile, Tar, Consiglio di Stato sono visti come dannosi più che inutili. E viene criticata la normativa sulla sicurezza nel lavoro.
Beh, lì è un caso estremo, anche per choccare un po’ il lettore. Ma non è che una norma o un estintore in più garantiscano più sicurezza. Se invece delle venticinque regole, dei corsi che poi nessuno fa, lasciassimo un po’ più di spazio al mercato, le imprese potrebbero investire nella loro reputazione di realtà valide, dove non accadono incidenti perché le cose sono organizzate bene.
Si legge, neanche tanto tra le righe: viva Über, viva i farmaci da banco al bar. Viva Wal-mart, che tanto bene ha fatto al Messico. Sembra la via del darwinismo socioeconomico...
Alcuni degli esempio riguardano gli Stati Uniti di fine ’800, dove c’era il liberismo del Far West. Occorre misura, ovvio che spingendo le cose all’estremo avremmo un mercato del lavoro in cui la gente ogni giorno va in piazza a cercare un ingaggio, però mi pare che tra la situazione attuale e il darwinismo di spazio ce ne sia. Per intanto mi accontenterei che si potesse vendere l’aspirina all’autogrill. Ma siamo il paese delle corporazioni, contrarie all’eliminazione delle rendite di posizione.
Il referendum ha rappresentato una sconfitta, dite. Nella vostra visione, siete ottimisti o pessimisti?
Intanto la battaglia è stata fatta, e si è evidenziato il problema. Ora si ragiona sul perché è
andata male: Renzi ha sottovalutato la forza della burocrazia e ha affidato una riforma di grande importanza non a un ministro con le palle, ma alla più giovane e inesperta. La lezione servirà.
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