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Piero Marcotti e la meta sospirata del Friuli autonomo 

Si riscopre la figura dell’avvocato, gentiluomo e bibliofilo Fu l’unico esponente del Mpf eletto in Provincia a Udine

Davanti a un pubblico attento, Paolo Medeossi, con accattivante simpatia, sta presentando “La città che inizia per U” (edito da Bottega Errante), il libro che ha scritto per raccontarci la nostra città, vista nei suoi aspetti più sconosciuti e curiosi, ma soprattutto descritta con quell’amore disincantato e profondo che il vecchio saggio prova per la compagna della sua vita. Di lei, alla fine, giustifica tutto: rughe e stramberie, tradimenti e incomprensioni, capricci e indolenza. Quasi tutt ...

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Davanti a un pubblico attento, Paolo Medeossi, con accattivante simpatia, sta presentando “La città che inizia per U” (edito da Bottega Errante), il libro che ha scritto per raccontarci la nostra città, vista nei suoi aspetti più sconosciuti e curiosi, ma soprattutto descritta con quell’amore disincantato e profondo che il vecchio saggio prova per la compagna della sua vita. Di lei, alla fine, giustifica tutto: rughe e stramberie, tradimenti e incomprensioni, capricci e indolenza. Quasi tutto però, perché la perdita della memoria, della propria storia, dell’identità, che si può negare forse a parole, ma che va riconosciuta nei fatti, quella non può essere perdonata. Quando dunque Paolo, nella sua carrellata sulle vicende udinesi, nomina un certo avvocato Piero Marcotti, la sua amicizia con Gianfranco D’Aronco e con la poetessa Nadia Pauluzzo, definendolo “un autonomista friulano, ancora poco conosciuto e di cui sarebbe interessante saperne di più”, suscita il mio immediato interesse.

Al cognome Marcotti associavo solamente il termine “maestro”, il direttore di quell’orchestra che furoreggiava alla fine della guerra esibendosi in giro per il Friuli, ma che aveva la sua base alla Rotonda, la rinomata sala da ballo di viale Venezia, che visse poi una seconda giovinezza da discoteca, con il nome trasformato in Rocktonda, alla fine degli anni ’70, con tutt’altro pubblico e genere musicale.

C’era poi Giuseppe Marcotti, nato a Campolongo al Torre nel 1850, in quella villa che oggi ospita il Municipio. Fu giornalista e scrittore, romanzi storici, racconti di viaggio, feuilleton. Le sue pubblicazioni, all’inizio del secolo, ebbero un buon successo in Italia, nelle sue opere aveva sempre dimostrato grande attenzione ai personaggi e alle situazioni friulane.

Ma di Piero, avvocato e autonomista, non sapevo nulla.

Alla ricerca in rete dunque il compito di porre fine a questa ignoranza e a essa mi sarei affidato, se non si fosse svolta in quei giorni la manifestazione goriziana “èStoria”.

Tra le tante bancarelle che fanno da cornice all’iniziativa, anche una di libri usati, sul cui banco vado a rovistare. Tra vecchi numeri di riviste friulane, tra relazioni di convegni e resoconti di consigli regionali, mi appare, come un segnale mandatomi dall’angioletto- guida di Medeossi, un libriccino bianco, con il prezzo di un euro, segnato a matita, in un cerchietto, dal titolo in stampatello rosso: “Piero Marcotti”. Devo dire che parlare di sorpresa, mi sembra riduttivo.

Ha ancora le pagine incollate, come se fosse appena uscito dalla tipografia Domenico del Bianco e Figlio che lo editò a Udine nel 1965 in duecento copie numerate.

La premessa spiega il perché: “Gli amici hanno voluto con la presente pubblicazione fare omaggio alla sua memoria nel modo che forse a lui sarebbe stato più caro: un’edizione fuori commercio, simile a una di quelle molte edizioni che abbellivano la sua biblioteca, messa vicino in tanti anni di ricerche, condotte in Italia e all’estero, da un bibliofilo sagace quale egli era”.

Arriva il momento del tagliacarte e di scoprire cosa contiene.

In ordine: il testo del suo intervento al Consiglio provinciale di Udine nel 1955, il ricordo che ne fa un giurista famoso come il friulano Francesco Carnelutti e infine il ritratto dell’uomo, tracciato dall’amica Nadia D’Aronco Pauluzzo.

Alcuni elementi del personaggio cominciano a delinearsi: avvocato, politico, uomo di cultura e di mondo. Nasce a Udine, unico maschio in una famiglia di quattro sorelle, liceo a Roma e si laurea a Bologna nel 1925 con una tesi su “La trasformazione delle confraternite nel diritto ecclesiastico”.

Esercita con successo in città, nello studio dell’avvocato carnico Quaglia; la sua splendida villa in via Verdi ospita spesso l’“intellighenzia” cittadina, oltre a che essere una sorta di museo, biblioteca con le rarità editoriali, documenti e reperti della storia friulana che ha raccolto, con uno sforzo finanziario notevole, in giro per l’Europa. Alla sua morte, come sottolinea l’articolo comparso su la rivista “Sot la nape” nel numero di settembre-dicembre 1955, tutto passerà alla Biblioteca cittadina.

Marcotti è un elemento di spicco in quel gruppo di uomini, e poche donne, che si rifà al pensiero autonomista, ma che soprattutto ha un rapporto quasi fideistico con la società friulana, ne esalta le doti di laboriosità e onestà, vuole mantenerne vive le tradizioni e la cultura.

Non a caso milita nel Mpf, il movimento politico che si batte per la nascita della Regione Friuli. Di questa organizzazione sarà per una decina di mesi, il presidente, al posto di Luigi Ciceri.

È anche revisore di conti della Società Filologica Friulana. Forse per il suo carattere o per scelta di vita, non ama apparire. Lo studio, la villa sono i suoi punti di riferimento, anche se un ruolo pubblico lo riveste ed è particolare.

Dell’avventura elettorale che il Movimento Popolare per l’Autonomia del Friuli ha tentato nel 1951, risulta, infatti, l’unico eletto e, in questo senso, l’intervento pronunciato nell’assise di palazzo Belgrado, assume ancor più rilevanza.

A rileggerlo oggi, a circa settant’anni da quella seduta, sembra che il tempo non abbia cancellato le problematiche trattate in quell’appassionata orazione. Ecco un esempio:

“In sostanza il primo ed essenziale problema è di stabilire chi debba amministrare il denaro pubblico destinato ai servizi locali ed è importante che sia l’Ente locale e che sia autonomo: cioè che abbia innato in sé il diritto di amministrarsi secondo gli interessi della popolazione locale e senza ingerenza statale. Ne consegue che la finanza della Regione dovrà essere indipendente”.

Sotto accusa i ritardi frapposti alla nascita della Regione a statuto speciale: “Ma non s’illudano costoro: il Friuli e il nostro popolo, per essere a contatto con la dura realtà di ogni giorno, non apprezza il doppio gioco, non ama le manovre di corridoio, non crede più alle promesse. Il Friuli sa di poter far calcolo sulle proprie forze economiche e sulla qualità di lavoro, di probità e di tenacia che fanno parte essenziale del suo carattere”.

Nessun dubbio anche su Gorizia e Pordenone: “Il Goriziano è Friuli, ci sono stati in passato molti malintesi, che ora vengono anche ricordati e accentuati, ma che non potranno distruggere e nemmeno rallentare il vincolo di sangue che ci lega e ci impone di procedere uniti”.

Stesse parole per Pordenone che cominciava a chiedere la creazione della provincia in contemporanea alla Regione: “Gli autonomisti hanno le idee chiare. Nessun dissenso, sempre che le popolazioni interessate lo vogliano. Ma se il Governo centrale non è favorevole, a nuove istituzioni, gli amici di Pordenone si uniranno ai nostri avversari nella battaglia contro la riforma regionale?”.

Un’esteta, un eccentrico, un amante del Friuli, ma allo stesso tempo “un uomo solo” come con dolcezza infinita lo definirà la Pauluzzo.

A noi lascia un interrogativo storico ed esistenziale: perché Marchetti, Pasolini, D’Aronco, Vigevani, Ciceri, Pascolo, e lo stesso Tessitori, i padri nobili dell’autonomismo, non videro realizzato il loro sogno friulano?

Perché Piero Marcotti alla fine morì solo?

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