Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Su alla malga Varmost pascolo d’alta quota tra linci, orsi e galli cedroni

Ivan Morocutti con Romina è un pastore, ma è anche ornitologo e fotografo Le grigie alpine e le pezzate rosse sono sempre all’aperto, e lui vigila

Passo la notte in casera Lavazeit, tra l’immaginaria presenza del gallo cedrone e un tramonto sulle Tre Cime di Lavaredo, il Civetta e il Pelmo, già oltre la frontiera di quelle Dolomiti che in molti – chissà perché – considerano migliori delle nostre.

La mattina successiva parto proprio da qui: per quale motivo sentiamo il bisogno di ossessionarci con gli aggettivi possessivi quando discutiamo di montagna? «Qui, niente è di nessuno, o meglio tutto è di tutti», sono le parole di un nuovo mani ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti con meter e loggati

Paywall per contenuti senza meter

Passo la notte in casera Lavazeit, tra l’immaginaria presenza del gallo cedrone e un tramonto sulle Tre Cime di Lavaredo, il Civetta e il Pelmo, già oltre la frontiera di quelle Dolomiti che in molti – chissà perché – considerano migliori delle nostre.

La mattina successiva parto proprio da qui: per quale motivo sentiamo il bisogno di ossessionarci con gli aggettivi possessivi quando discutiamo di montagna? «Qui, niente è di nessuno, o meglio tutto è di tutti», sono le parole di un nuovo manifesto sulla proprietà privata a firma di Ivan Morocutti, malgaro che assieme alla compagna Romina da circa undici anni gestisce la Varmòst nel comune di Forni di Sopra.

Pastorello all’età di dieci, ornitologo, fotografo da binocolo e reflex «perché lo zoom digitale non ce l’ho», e ancora genuino custode della razza malgara in pericolo d’estinzione, Ivan è cartografo di itinerari tracciati dalla bilanciata capacità di celebrare la tradizione con l’aiuto della modernità. «Il mio pascolo è basato sulla rotazione, vale a dire una divisione dell’area in più zone. Quando una di queste ha svolto il suo compito, allora faccio passare le mucche in una nuova».

La sua mandria, una ventina di grigie alpine e due pezzate rosse, rimane sempre all’aperto, «24 ore su 24, così camminano meno, mangiano e concimano meglio». Per mungere scende con il carro e fa tutto sul posto, riportando il latte in vetta quando è pronto a trasformarsi in formaggio.

Arrivando in malga a piedi l’accoglienza che mi viene riservata dai suoi cani si traduce nell’abbàio impaurito, risultato di una visita potenzialmente minacciosa. «Li tengo liberi anche in virtù del ritorno dei grandi predatori, come l’orso e la lince che in questa zona ormai vengono segnalati spesso». Ivan sa di quello che parla; negli ultimi anni ha più volte contato il gregge o la mandria, assumendo l’espressione contrariata da “i cons ni torna” (i conti non tornano).

Compie sopralluoghi sui sentieri che circondano la malga, battezza l’avifauna che monitora le cime dei larici, rispetta gli abitanti di queste foreste. «Tempo fa ho visto per la prima volta un’aquila intenta a insegnare al suo piccolo come cacciare. Son riuscito a fotografarla mentre stava simulando la cattura di un capretto». Verrebbe da considerare Ivan alla stregua di un reporter di National Geographic o un filologo alpino, eppure è “solo” un malgaro.

Munge, fa la ricotta fresca, da il là alla transumanza, riporta a casa la mandria e negli altri mesi dell’anno lavora a Caneva di Tolmezzo, dove riesce a vendere il surplus della stagione della Varmòst.

Ivan possiede un vocabolario fatto di buoni propositi ed etica della produzione. Parla di “latte onesto”, cita i grandi vecchi che affermavano come il primo giorno di transumanza “non si fa malga”, e considera – amen – pericolosa l’abitudine «di dare il pane alle mucche, visto che provoca un sentimento di eccitazione nocivo alla mandria stessa». Conosce il calendario religioso e sa identificare chi giunge in malga senza la necessaria educazione di fondo.

«Una volta stavo vendendo un po’ di formaggio a una coppia milanese e mi chiesero se avessi scolpito quello che per loro rassomigliava a una specie di busto di Cristo, che campeggiava alle mie spalle. Niente di strano, se non fosse che erano le costole di una pancetta». La menzione particolare va poi a quelli che chiedono se in malga si vendono le sardine. Traduzione simultanea di individui che lasciati da soli dentro al caveau dei formaggi rischierebbero di morire di fame.

Per questo la malga ha necessità di venir narrata e difesa, per fare in modo che si sedimenti una certa cultura. «Dobbiamo noi stessi divulgare quello che facciamo. Fosse il comportamento degli animali, ma anche il nostro modo di lavorare nei confronti di chi non conosce le cose, non cambia l’atteggiamento». Ivan afferma poi che «l’assistenza tecnica dell’Ersa è utilissima. Vengono su circa tre volte a stagione e se non so come gestire un problema mi dicono come fare».

Sulla produzione di malga Ivan poi esprime concetti molto chiari: «Sembra che sia la televisione a dirti cosa mangiare al giorno d’oggi. Ma quassù le cose sono differenti. Una certa spiritualità, il rispetto e l’utilizzo del Lei verso la montagna è doveroso.

È Lei che ti lascia venire, non viceversa». La prefazione nero su bianco di un dizionario fraseologico alpino dal titolo «se piove ti bagni». La Varmòst – raggiungibile grazie alla funivia da Forni di Sopra o a piedi tramite l’Anello di Forni, sentiero Cai 242 o il 207 – non offre posti letto, ma protegge la lingua dei malgari, composta da una grammatica antica capace perfino di emettere il bramito dei cervi. Dicono che i bambini imparino facilmente le lingue. In questo caso anche gli adulti potrebbero farlo. Purché ascoltino Ivan.

©RIPRODUZIONE RISERVATA