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Col Messaggero Veneto in gita alla malga Pura

La partenza sabato, alle 8.30, dalla sede del giornale in viale Palmanova a Udine. Cicerone sarà Nicolò Giraldi, il giornalista che racconta la montagna

UDINE. Nessuno ricorda il momento in cui pronunciamo le prime parole. I nostri genitori ce l’avrebbero raccontato qualche anno dopo.

Se avessero avuto una videocamera forse avrebbero potuto registrarci, noi intenti a muovere la bocca tentando faticosamente di esprimere un qualche suono sensato. Le prime parole sono così, un po’ assenti, un po’ inesistenti.

Solamente con il passare degli anni si acquisiscono comprensione e la capacità, di ascolto, che se nei bambini si manifesta inevitab ...

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UDINE. Nessuno ricorda il momento in cui pronunciamo le prime parole. I nostri genitori ce l’avrebbero raccontato qualche anno dopo.

Se avessero avuto una videocamera forse avrebbero potuto registrarci, noi intenti a muovere la bocca tentando faticosamente di esprimere un qualche suono sensato. Le prime parole sono così, un po’ assenti, un po’ inesistenti.

Solamente con il passare degli anni si acquisiscono comprensione e la capacità, di ascolto, che se nei bambini si manifesta inevitabilmente, negli adulti viene a dissolversi fino a restare un mero rimpianto. In queste settimane, in cui ho cercato di raccontarvi alcune malghe dell’arco alpino che protegge la nostra regione, ho visitato luoghi che con una buona dose di fantasia potrebbero essere ancorati nel XIX secolo.

Potreste trovarvi viandanti dai mantelli di feltro, grandi mandrie quasi immobili, come in una fotografia, oppure il latte appena munto, pascoli intatti dalle tinte lontane e avventurieri saliti in cima alle montagne per il desiderio di poter vedere le cose dall’alto.

Potreste, con immaginazione, traslare tutto ciò in quella contemporaneità fatta di impegno, di cultura del lavoro e della tutela di chi, acquistando la ricotta affumicata, sceglie in fondo da che parte stare. Ho voluto condividere con voi questi primi passi, che sono altresì una forma gentile di ascolto, una potenziale cura alle patologie dell’urbe, dove ormai sembrano in grado di contaminare anche quella autentica ingenuità che possedevamo un tempo.

Andare in malga può significare anche questo; manifestare pazienza nel dover salire fino a quasi 2000 metri, riprendere il grido d’aiuto di chi preserva le nostre cime forse meglio di chiunque altro; andare a casa del malgaro rappresenta poi la più genuina forma di rispetto nei confronti della Natura che ci circonda, facendo leva sull’ospitalità ricevuta e contraccambiata da un sorriso.

Sabato 15, grazie al lavoro del Messaggero Veneto, avrò il piacere di ascoltare i venti lettori che decideranno di partire da Udine alle 8.30 dalla redazione per visitare la malga Pura, quella struttura situata subito dopo i tornanti che conducono all’omonimo passo, a nord di Ampezzo; i “soliti” quattro passi assieme, normalmente li chiamo così.

Portarsi uno zaino diventa poi fondamentale, anche se riempirlo di zavorre quotidiane potrebbe rivelarsi inutile e dispendioso. In cammino ci si va soprattutto perché si vuole combattere l’amarezza di un’incapacità di ascolto. Se poi dentro a quella sacca porterete a casa qualche formaggio di malga renderete felici il malgaro – ovviamente – ma anche voi stessi.

Non c’è retorica nell’affermare che quel giorno avrete deciso da che parte stare; e non rappresenta operazione commerciale da quattro soldi, perché solo in questo modo riusciremo ad abbracciare questa “rivoluzione giusta”, del “latte onesto”, quella del “se piove ti bagni”, infine di un immenso dipinto a olio messoci a disposizione proprio da chi vigila sulle nostre montagne.

Condividere, senza facebook, né twitter. Il viaggio che compiamo fin da quando apriamo gli occhi si comporrà anche di questa esperienza, affinché la nostra anima possa ricucire lo strappo causato da quella violenta dissolvenza, responsabile dell’incapacità di ascolto verso chi, come i malgari, possiede il talento di farci emozionare.

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