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«Facevo il meccanico adesso vivo quassù con le mie novanta capre»

Giovanni De Conti gestisce Malga Fossa de Bena sopra Polcenigo: «Mi danno tre litri di latte ciascuna, ma per mungerle ci vogliono 6 ore» 

«Con le capre non puoi lasciare niente in giro, fanno sparire qualsiasi cosa». C’è bisogno di un auricolare per ascoltare le parole di Giovanni De Conti di malga Fossa de Bena, a qualche chilometro da Polcenigo, incastonata al confine con il Cansiglio. Prima di dedicarsi completamente al suo gregge composto da una novantina di camosciate alpine, Giovanni faceva il meccanico e non ha – come dargli torto – nessuna intenzione di tornare indietro. «Ormai sono passati otto anni da quando ho preso ...

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«Con le capre non puoi lasciare niente in giro, fanno sparire qualsiasi cosa». C’è bisogno di un auricolare per ascoltare le parole di Giovanni De Conti di malga Fossa de Bena, a qualche chilometro da Polcenigo, incastonata al confine con il Cansiglio. Prima di dedicarsi completamente al suo gregge composto da una novantina di camosciate alpine, Giovanni faceva il meccanico e non ha – come dargli torto – nessuna intenzione di tornare indietro. «Ormai sono passati otto anni da quando ho preso in gestione questa malga; vivo con le capre e non so staccarmi da loro, sto male quando non sono con loro». Giovanni veste una tuta da lavoro e gli occhi riaffermano la gentilezza. È un uomo minuto, schivo, di quelli che non sbandiereranno mai il sudore. Parla di passione, di elementi che contraddistinguono il mondo delle malghe anche se lo fa in maniera particolare. «Penso di essere l’unico, o comunque uno dei pochi, a lavorare esclusivamente con le capre», racconta mentre prende in braccio Milly, la più piccola «nata il giorno di San Valentino. La tengo libera e fuori dal gregge perché al suo interno esiste una gerarchia del chi le dà e chi le prende».

Sono migliaia gli anni da quando l’uomo ha addomesticato questo animale. Sono mansuete quelle di Giovanni, anche un po’ timorose nei confronti di chi sfreccia, con la moto o con la bicicletta, sulla strada appena sopra la malga. «Questo posto si chiama così ma sinceramente non ne conosco la ragione», mi dice questo malghese che potrebbe vestire i panni di quei personaggi che Steinbeck descrisse in Furore. Ciondola leggermente nella camminata, mi fa vedere una sezione del palco di un cervo trovato non lontano da qui e accarezza il dorso, quasi dove inizia la piccola coda, di una delle capre più vecchie: «prova a toccare», mi dice «è qui che accumulano grasso» mi racconta sottovoce, mentre piega alcuni rami pesanti di nocciolo per darli in pasto al gregge.

«Passano loro e non cresce più niente; fan fuori tutto. Pensa che una capra mi regala all’incirca tre litri di latte al giorno. C’è un solo problema: mungerle da solo tutte e 90, significa dedicare sei ore della giornata a questo».

Io non credo che Giovanni si relazioni tristemente con la solitudine. Non conosco le vicende personali, quelle famigliari, e non credo debbano rappresentare una notizia. Le ore passate con lui e Gianpiero, un amico che gli dà una mano ogni tanto, hanno riappacificato le turbolenze d’animo, quelle costruite sulle critiche e sulle tavole di legno, le vite dei malgari in attesa che l’acqua polverizzi la pietra. «Questa struttura è stata costruita negli anni venti. C’erano anche altre casere qui attorno, anche se oggi si possono vedere solamente i ruderi». Sono angolari disperse, punti scomparsi, contrassegnati dall’abbandono forzato, che nel migliore dei casi dà vita ad un’esistenza nuova. «La strada da Piancavallo è così così: hanno messo dei cartelli di divieto quindi in tanti non riescono a giungere fino a qui. Dall’altro lato, da Caneva, la traccia è asfaltata in quasi tutti i suoi tratti: solo l’ultimo pezzo si potrebbe migliorare, sai, con le piogge alla fine la ghiaia scivola via e crea dei dossi».

È relativo il disagio che Giovanni vive, quando menziona la strada. «Chi arriva qui è perché o si è perso, e quindi l’ha trovata per caso, oppure perché vuole venire proprio a Fossa de Bena. È altrettanto vero che la gente sale qui in ragione del formaggio caprino. Sai che il latte di capra può salvare delle vite, ogni tanto?» mi chiede. Capisco immediatamente di cosa sta parlando. Non è esclusivamente una tesi legata alle intolleranze, alle allergie, al piacere o alle scelte: Giovanni parla di vita, l’unica cosa che in fondo ci resta, in un luogo come la Terra, dove gli uomini sono spesso capaci di distruggere e quasi mai di parlare con il cuore in mano. «I calori delle capre cominciano adesso quindi ho pensato di portare su il caprone prossima settimana. Però il tempo è cambiato e anche il gregge a volte può essere confuso». La stagione dell’amore insomma. Una stagione, quella della transumanza, che inizia già a fine maggio e dura «fino alla prima nevicata; di solito resto qui anche fino al 10 dicembre, anche se è complicato. Pensa che anni fa ho registrato meno 24 gradi». Giovanni le porta su a piedi, senza camion e non fa il latte “il prim dì”.

Sulla tovaglia giallorossa a quadri ci sono degli opuscoli che lui stesso ha realizzato per promuovere la Fossa de Bena. «Mandatemi un messaggio che qui è difficile che il cellulare prenda sempre». Il numero è 338.9099266. Chiamatelo. Potrebbe indicarvi l’armonia, battezzandovi nel nome delle malghe. Quelle capaci di salvarci la vita.

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