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“Bestia da latte” tra miseria contadina e boom economico

Gian Mario Villalta racconta un Nord-Est in pieno disfacimento La storia di una vita: tensioni, paure, alienazioni e rimpianti

Una storia di famiglia, un romanzo di formazione sullo sfondo di un Nord-Est alle prese con il boom economico degli anni ’60 che, dopo secoli di fatica e miseria contadine, ne hanno stravolto il profilo antropologico. Anni in cui l’improvviso benessere ha creato sicurezza, ma al tempo stesso ha profondamente intaccato modi di vivere e pensare ingenerando tensioni, paure, alienazioni. Li ha raccontati, mixando con calibrato equilibrio indagine psicologica e analisi sociologica, Gian Mario Vil ...

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Una storia di famiglia, un romanzo di formazione sullo sfondo di un Nord-Est alle prese con il boom economico degli anni ’60 che, dopo secoli di fatica e miseria contadine, ne hanno stravolto il profilo antropologico. Anni in cui l’improvviso benessere ha creato sicurezza, ma al tempo stesso ha profondamente intaccato modi di vivere e pensare ingenerando tensioni, paure, alienazioni. Li ha raccontati, mixando con calibrato equilibrio indagine psicologica e analisi sociologica, Gian Mario Villalta nel suo ultimo libro “Bestia da latte” da oggi in libreria per i tipi di Sem.

Il romanzo è il racconto in prima persona di un ragazzo nel passaggio tra infanzia e giovinezza, e di una famiglia che come tante in quegli anni di profonda trasformazione «era a pieno regime dentro il processo di ascesa economica e sociale che gli esperti del mondo intero definirono allora come un “miracolo”». Un momento in cui “le bestie”, così connaturate con la realtà contadina, «non erano più gli animali per eccellenza, ma prodotto per l’industria, diviso in due categorie merceologiche: le “bestie da latte” e le “bestie da carne2. Anche gli uomini, come gli animali, diventarono bestie da latte o da carne». Dove per bestie da carne si intende tutti coloro che, presi nel vortice del cambiamento, «si ingozzavano di lavoro, di sogni erotici, di soldi, di bere e di mangiare», mentre bestie da latte indica coloro che la vita ha assegnato allo studio, come il protagonista che ha provato «molte volte a diventare una bestia da carne. C’era mia madre, però, che mi richiamava al mio compito. Ero destinato a una più lunga pazienza, per produrre di più, per molto più tempo. Dovevo adoperarmi per risarcire in futuro il costo del mio allevamento, dovevo battere record, eccellere in qualità».

Bestia da latte allora è il racconto di una vita descritta da Villalta, prima al suo sbocciare - in bilico tra un’infanzia, segnata da certezze (l’amore della madre soprattutto e gli antichi riti della civiltà contadina) e violenze (cui lo sottopone il cugino più grande e le cui ragioni rimarranno un buco nero nell’esistenza futura del ragazzo), e poi nella maturità, quando il protagonista, diventato sua volta padre, è problematicamente alle prese con la domande di un figlio su di un passato di cui rimane forse solo la memoria; e i cui contorni spesso ci sfuggono, tanto che i ricordi appaiono sfocati e confusi.

Il romanzo di Villalta vuole proprio fissare in una storia che non è strettamente autobiografica, ma della realtà ha tutta la veridicità, quel mondo; e mostrarlo a una generazione di giovani che, ci dice lo scrittore, «credono che il mondo sia sempre stato questo. Noi vivevamo in un mondo che si trasformava sotto i nostri occhi e che faceva deflagare relazioni di famiglia, forme di vita; loro invece vivono il loro mondo, questo mondo, come se fosse nato così e destinato a una sorta di eternità».

Ma al tempo stesso il romanzo, che nel procedere della narrazione si apre a una dimensione più ampia quasi metaforica pur nella concretezza e riconoscibilità del contesto, costituisce anche un salutare esercizio della memoria, che, ancora Villalta, «è cosa che ha a che fare con la letteratura, ma anche con le esperienze della vita, perché, data la distanza temporale, siamo quasi nell’impossibilità di ricostruire o ritrovare quello che avevamo e eravamo veramente. Ci portiamo dietro grumi che, riportati al loro tempo, aumentano in noi un senso di solitudine, non c’è più nessuno con cui avere dei confronti per riconoscersi, e noi stessi siamo tentati di pensare che col tempo le cose non siano andate così, e ci poniamo interroghiamo su di noi, su cosa sia veramente successo, su cosa ci è rimasto veramente in testa, su cosa ci si chiarisce e cosa non ci si chiarirà mai».

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