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Udine, la danza di Sciarroni con i gesti dell’accoglienza

Sabato 10 marzo il coreografo e performer presenterà al San Giorgio il progetto sul senso del migrare

UDINE. È un tema attuale e scottante quello della migrazione, per Alessandro Sciarroni, regista, coreografo e danzatore internazionale.

È un viaggio di condivisione con lo spettatore attraverso gesti che hanno attraversato la nostra storia: «Gesti non descrittivi, come una mano tesa allungata: se è fatta con il palmo alzato significa vieni con me, significa accoglienza».

Segni ed esiti della sua originale ricerca artistica andranno in scena sabato, 10 marzo, alle 21 al teatro San Giorgio (sala ...

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UDINE. È un tema attuale e scottante quello della migrazione, per Alessandro Sciarroni, regista, coreografo e danzatore internazionale.

È un viaggio di condivisione con lo spettatore attraverso gesti che hanno attraversato la nostra storia: «Gesti non descrittivi, come una mano tesa allungata: se è fatta con il palmo alzato significa vieni con me, significa accoglienza».

Segni ed esiti della sua originale ricerca artistica andranno in scena sabato, 10 marzo, alle 21 al teatro San Giorgio (sala Pinter), “Chroma_don’t be frightened of turning the page”, a chiosa di un percorso progettuale delle arti firmato Css ed Erpac che ha toccato anche villa Manin.

Così, dallo spazio più performativo di Passariano, senza luci né allestimento, il lavoro di Sciarroni approda a quello teatrale e nel frattempo si è allungato, definito e solidificato: «Il punto di partenza è lo studio partito dalla commissione ricevuta sul concetto di migrazione.

Il corpo che ruota, oggetto della mia ricerca, qui si arricchisce di altri elementi tra cui l’allestimento luminoso. Questo perché il lavoro gira in due versioni, quella che presenterò a Udine contiene anche l’apporto del light design Rocco Giansante in cui il corpo viene considerato una sorta di prisma che riceve luci apparentemente bianche e le proietta sul tappeto chiaro come serie di colori».

Oltre a danzare, lei è anche l’epicentro della sua pratica dinamica. «Sì, all’inizio del percorso avevo cominciato a studiare il movimento su me stesso cercando di capire come funzionava mantenere l’equilibrio, l’evitare di star male, inoltre la versione solista è quella che ha debuttato per ultima a maggio, a Parigi lo scorso anno.

Il movimento rotatorio è rilassante e ipnotico, l’ho verificato performando nello spazio museale dove la gente entrava e rimaneva quasi risucchiata da questo vortice».

Le sue opere sospese tra danza e performance sono “indefinibili”. La comprensione dell’arte concettuale può essere necessaria?

«Per me questa è una questione molto importante perché io sono stato il primo a essere adottato dalla danza contemporanea, in quanto vengo dal teatro e il mio approccio è molto naif nel senso puro del termine.

Talvolta, ovviamente, faccio un discorso molto generale perché non posso parlare per tutti gli spettatori, da parte dello stesso evento due persone possono avere delle percezioni molto diverse, però quello che cerco di fare attraverso il coinvolgimento del corpo è comunque di pormi nello stato di generosità fisica e psichica e creare una relazione di empatia con il pubblico.

Per cui probabilmente lo spettatore non sa cosa sto pensando, ma riesce a sentire cosa sto sentendo. E quando questo succede l’obiettivo è raggiunto. Ma al contrario della musica la danza contemporanea chiede risposte, chiavi di lettura...

Veniamo da una serata bellissima al ponte della dogana a Venezia dove il curatore aveva chiamato dei gruppi musicali, DJ set per concerti, ed è stato interessante perché il pubblico più giovane abituato alla musica ha trovato questo genere di performance assolutamente organica.

Nel mio lavoro quello della comprensione non è però un problema che si pone, è come andare a un concerto di musica, non ti chiedi cosa significa. È musica. In quel caso le domande non nascono, proprio nel senso che si sta parlando di un mistero e io per primo non ho risposte».

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