Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Un ponte lungo un secolo tra i ragazzi del ’99: in una mostra l’orrore della guerra e l’impegno per la pace

Udine, nelle foto di Ulderica Da Pozzo i ritratti della generazione nata cento anni dopo quella costretta a morire al fronte

UDINE. Chi sono i ragazzi nati nel ’99? Cosa sognano, cosa desiderano? Per che cosa si arrabbiano, contro chi lottano? Conoscono i ragazzi del ’99 di cento anni fa, loro coetanei, spediti a morire in guerra e poi costretti a rimboccarsi le maniche per ricominciare? Sanno chi erano o non li hanno mai sentiti nominare?

Domande che stanno trovando risposta nel nuovo lavoro antropologico e fotografico di Ulderica Da Pozzo. L’artista, dopo aver indagato i vecchi in “Il fum e l’aga", la gente delle ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti con meter e loggati

Paywall per contenuti senza meter

UDINE. Chi sono i ragazzi nati nel ’99? Cosa sognano, cosa desiderano? Per che cosa si arrabbiano, contro chi lottano? Conoscono i ragazzi del ’99 di cento anni fa, loro coetanei, spediti a morire in guerra e poi costretti a rimboccarsi le maniche per ricominciare? Sanno chi erano o non li hanno mai sentiti nominare?

Domande che stanno trovando risposta nel nuovo lavoro antropologico e fotografico di Ulderica Da Pozzo. L’artista, dopo aver indagato i vecchi in “Il fum e l’aga", la gente delle terre alte in “Malghe e malgari”, i bambini nei riti popolari in “Noi giriam per questo contorno”, ha rivolto la sua attenzione sui diciottenni del presente secolo, su chi è diventato maggiorenne 100 anni dopo quei ragazzi che furono l’ultima classe a essere chiamata in guerra.

Un lavoro iniziato l’ultimo giorno del 2017, quando i ragazzi del ’99 di oggi avevano raggiunto la maggiore età. “Ho un figlio nato nel ’99 e un nonno, Alfonso, che ho molto amato, che era un ragazzo del ’99. E nel mio lavoro sui vecchi in Carnia ne avevo intervistati alcuni. È un tema che mi è molto caro” dice la fotografa.

Il lavoro ha ricevuto il sostegno della Fondazione Bon, che l’anno scorso ha vinto il bando regionale per Tolmezzo Città Alpina in partenariato con il comune di Tolmezzo e Pontebba, la Pro loco Moggese, l’Istituto Comprensivo di Tolmezzo, l’Accademia d’Archi Arrigoni di San Vito al Tagliamento, i cori Zahre di Sauris e del Fvg e il Progetto Musica di Udine.

Questo ha permesso di creare ensemble cameristici formati da giovani delle regioni alpine italiane, dell’Austria e della Slovenia, che sono state introdotti nel mondo concertistico professionistico. Poi è cominciata l’indagine della fotografa, presentata ieri in anteprima a Salars di Ravascletto, nella Cjasa da Duga.

Decine di migliaia furono i ragazzi appena diciottenni spediti sul fronte della Prima guerra mondiale negli ultimi mesi del 1917. Oltre duecentomila, si dice. Ogni città, ogni paese ne aveva almeno uno.

Precettati per rinforzare le fila dopo il massacro di Caporetto, i ragazzi del 1899 morirono in tanti e sono diventati un simbolo del prezzo di ogni conflitto nei confronti delle giovani generazioni.

Nei ritratti dei ragazzi del ’99 di oggi, Da Pozzo ha voluto restituire passioni e sogni, memoria ed emozione di ciascuno dei ragazzi che ha intervistato. Nelle terre alte oggi sono rimasti in pochi. “In Val Pesarina ci sono solo due nati nel 1999.

Cento anni prima erano stati 112 i nati nella classe che fu mandata alla guerra” fa notare la fotografa. Il confronto con in passato è evidente: le “ragazze del ’99” intervistate in passato dalla fotografa si specchiano nell’atrio di Cjasa da Duga con i giovani volti dei nuovi maggiorenni.

Le interviste filmate e registrate sono una quarantina, ma il progetto aspira a numeri più grandi, e nelle intenzioni dell’autrice c’è il desiderio di ampliare la ricerca all’intera montagna.

Dentro c’è anche uno studio sui riti del passaggio all’età adulta, ancora molto praticati in Carnia: dalle feste dei coscritti alle tradizionali “cidulas”, l’attenzione è per i piccoli luoghi, dove i giovani scarseggiano. Perché se ne vanno, perché restano?

E quelli che rimangono chi sono, cosa li fa rimanere? Da queste risposte può arrivare un messaggio per chi ha in mano le politiche future della montagna. Ma anche un’esortazione: “Chi ama il proprio territorio, un motivo per restare lo trova, o se lo costruisce”. Che, alla fine, è il motivo ultimo per cui si vive, si lotta, si esiste, si ama. Buoni diciott’anni a tutti.