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«Un omicidio in treno e un sicario fantasma: così il mio racconto rovescia gli stereotipi»

Parla Mauro Frugone, vincitore del premio Scerbanenco: in “Anonimo relativo” la finzione inganna perfino i lettori 

La chiave di lettura è nel finale, in un aggettivo declinato al femminile. “Anonimo relativo”, il racconto di Mauro Frugone vincitore del premio Scerbanenco 2018, viaggia su un doppio binario. Quello dell’identità del sicario, descritto come un omaccione ma che in realtà è una donna. E quello del treno sul quale va in scena il duplice omicidio. L’intero racconto gioca sull’essere e sull’apparire come ci ha spiegato l’autore di Rapallo.

Mauro, per tutto il racconto il lettore è portato a crede ...

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La chiave di lettura è nel finale, in un aggettivo declinato al femminile. “Anonimo relativo”, il racconto di Mauro Frugone vincitore del premio Scerbanenco 2018, viaggia su un doppio binario. Quello dell’identità del sicario, descritto come un omaccione ma che in realtà è una donna. E quello del treno sul quale va in scena il duplice omicidio. L’intero racconto gioca sull’essere e sull’apparire come ci ha spiegato l’autore di Rapallo.

Mauro, per tutto il racconto il lettore è portato a credere che il protagonista sia un uomo. Da dove nasce l’idea di questa identità “relativa”?

«Tutto è nato per gioco. Il nome Andrea si presta bene a questo “inganno”. Gli elementi restituiscono di lei un’immagine dura, maschile. I capelli corti, un’ombra scura sopra le labbra, il completo grigio, il giornale di sport...È un rovesciamento degli stereotipi».

Lei ha descritto il protagonista come un fantasma, un personaggio di cui non si riesce ad avere una visione a 360 gradi

«Ho nascosto nelle pieghe della trama tutti gli elementi che servono per ricostruire la vita di Andrea. Ad esempio: arriva dalla Spagna. Come capirlo? Legge El Pais e cita Madrid e Barcellona».

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La storia si svolge nel convoglio di un treno diretto a Rapallo. E le vittime sono due uomini d’affari, impegnati in una accesa conversazione. Da dove nasce l’idea di questa “scenografia”?

«Ho sempre trovato il treno il mezzo più confortevole con il quale viaggiare. In treno le persone sono più rilassate e si lasciano andare a chiacchierate a voce alta».

Ed è proprio in una conversazione tra i due che si scopre la missione del sicario...

«Sì, esatto. I due uomini parlano di un affare andato a male. Di un “figlio di buona donna” che neppure si è accorto di quanti soldi ha perso. Ancora una volta si rivela la doppia faccia della medaglia, la vittima diventa carnefice e ordina a un sicario di vendicarlo».

Il lavoro di Andrea viene definito “arte pura”. E in effetti impiega quattro secondi per tirare fuori la pistola e colpire alla testa le vittime

«Ho voluto descrivere questa donna non come un semplice sicario. Calcola tutto, crea un’opera d’arte. Il controllore è passato da poco. Lascia il giornale di sport aperto per distrarre gli uomini. Approfitta del rumore del treno per sparare. Lei non lascia tracce, lei è invisibile».

Il treno è un’ambientazione perfetta per un omicidio: la velocità sulle rotaie crea un naturale climax narrativo e il suono nasconde il misfatto. Ma quanto di reale, di vissuto c’è in quel convoglio?

«La tappa finale sicuramente. Vivo a Rapallo e avevo voglia di scrivere qualcosa sulla mia città. Le fermate del treno sono luoghi a cui sono affezionato. È la mia terra che fuori dal finestrino diventa lo sfondo perfetto per un omicidio a regola d’arte».