Quotidiani locali

Filtri

Paesaggi dentro. Mostra fotografica di Bruno Beltramini

Facci sapere se andrai
Nella sua mostra fotografica nelle Antiche Carceri, Bruno Beltramini ci porta a confrontarci con una dimensione riflessiva più ampia che parte dagli aspetti esteriormente minimi, se non pure esteriormente marginali, della realtà visiva: e naturalmente il suo è un parlare per immagini, però senza enfasi, senza frastuono, senza effetti speciali ma con la naturalezza e l’acuta semplicità di chi sa vedere nelle apparenze di esperienza comune (quelle che tutti abbiamo sotto gli occhi e su cui spesso non ci soffermiamo) una qualità altra che va oltre le stesse forme contingenti. Vi è nello sguardo fotografico di Beltramini una sensibilità tutta friulana per le piccole cose e nondimeno anche di ascendenza orientale, potremmo dire taoista: l’essenziale è confrontarsi con la multiforme diversità del mondo per giungere infine alla visione intuitiva della sua unità, del fluire all’unisono delle varie articolazioni del cosmo. Tuttavia a tale aspirazione (che lo spinge a concentrarsi nelle sue videofotografie sull’azione non azione) nel nostro artista si accompagna inevitabilmente la consapevolezza tutta occidentale della contraddittorietà insanabile del reale e dello scorrere inesorabile del tempo. Da tali dicotomie, risolte almeno in parte nella ricerca dell’armonia negli aspetti più marginali o nel confronto con le testimonianze residuali dell’esistenza individuale, Bruno Beltramini sa comunque ricavare immagini intense, sottilmente penetranti, quasi filosoficamente convincenti. Nella cucina delle Antiche Carceri l’artista espone tre fotografie di bottiglie e di vecchi piatti ricoperti dalla lenta e perseverante azione della polvere di un divenire impietoso. Questi oggetti conservano ancora il ricordo di un antico ordine legato al loro uso domestico ma, potremmo dire sottotraccia, significano pure gli eventi che ne hanno causato l’abbandono: infatti viene da chiederci quale accadimento traumatico ne ha determinato la deriva, la perdita dell’aura legata agli affetti quotidiani. Il tema stesso della deriva (evidentemente pregnante in quella che fu una prigione) ricorre anche nelle fotografie dell’altra stanza al piano terra: relitti di vecchie imbarcazioni arenatesi per sempre sui bassi fondali che le hanno condannate alla scarnificazione, a diventare scheletri dimenticati che comunque ricordano ancora il vento, le onde, gli aperti orizzonti. Del resto in queste due serie di fotografie Bruno Beltramini ha riscoperto l’antica tecnica di colorare a mano, con i pastelli, le stampe su carta e in questa sua paziente opera non vi è virtuosismo antitecnologico quanto piuttosto volontà di vedere ancora di più e in profondità: infatti il colore si sofferma maggiormente proprio là dove l’immagine raggiunge il suo punctum, si predispone ad essere, nell’intuizione di un attimo, rivelatrice del suo possibile senso. In ognuna delle sette celle, al piano terra e a quello superiore, Beltramini ha collocato un tablet che riproduce in loop un breve video che però al primo sguardo pare essere un’immagine statica e che solo ad un’osservazione più attenta rivela la tecnica d’origine. Con le sue videofotografie l’artista apre in ogni cella una finestra virtuale sul mondo di fuori e provoca un liberatorio straniamento anche nel comune visitatore: attraverso le immagini irrompono infatti in ogni singola cella le nostalgie, i rimpianti, i desideri di chi fu incarcerato, ma per via di metafora pure quelli di chi in qualche modo oggi si senta prigioniero di qualcosa. Tuttavia più in generale nelle stesse videofotografie, caratterizzate come si è accennato da un’azione non azione, ad essere rappresentato è il respiro profondo e nascosto del mondo, quello a cui solitamente non facciamo nemmeno caso, presi come siamo dal rumore della realtà impellente: non siamo più capaci di fare un passo di lato e lasciare scorrere il tempo pragmatico per ascoltare invece quello più lento, ma sostanziale, della vita che ci circonda: e così la nebbia che si dissolve poco a poco tra gli alberi, la pioggia che con dolcezza ci risveglia dagli inganni di ogni riflesso, il fresco scorrere liberatorio delle limpide acque di una risorgiva, prima ancora che esortazioni alla contemplazione, nelle opere di Bruno Beltramini diventano inviti visivi alla riflessione sullo scorrere profondo del tempo, nella natura e soprattutto in noi stessi: se solo fossimo capaci di una più autentica concezione del divenire, potremmo forse uscire dalle prigioni che spesso abbiamo costruito attorno a noi. La mostra resterà aperta fino a domenica 15 ottobre 2017 Orario: Sabato e domenica 10.30-12.30 / 15.30-19.00
Informazione da: Comune San vito al Tagliamento

Commenti degli utenti

Giorni e orari

Come arrivare

Via Filippini - San Vito al Tagliamento