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La voce dei friulani a New York

Antonino Volpe Pasini è il vicedirettore del quotidiano Americaoggi

Un giornalista udinese al quale è bastata una cena a New York per decidere di trasferire vita e professione Oltreoceano, fino a diventare, dopo alti e bassi e qualche vicissitudine, il vicedirettore di ''Americaoggi'', il quotidiano che dà voce ai nostri emigrati negli States e circola in 50 mila copie il giorno. Antonino Volpe Pasini, cittadino americano da 20 anni, proprio in questi giorni si trova a Udine dove, tra l'altro, ha voluto presentare un progetto nel quale si è lanciato con entusiasmo: raccogliere fondi per garantire la sopravvivenza a una popolazione indigenza della foresta del Venezuela.Antonino, la storia della sua famiglia è costellata da personaggi di un certo rilievo.

Ma la passione per il giornalismo trova traccia nel Dna?
«Direi di sì. Mia mamma è di Roma e suo padre, Diego Manganella, vice console di sua maestà a Nizza e Cannes, fu colui che, fino alla morte prematura avvenuta nel 1932, scrisse il testo dei discorsi che Benito Mussolini pronunciò dal balcone di palazzo Venezia. Il padre di lui, mio bisnonno materno Renato Manganella, che si firmava con le pseudonimo Lucio D'Ambra, era narratore, saggista e autore di pieces teatrali, molte scritte assieme a Pirandello di cui era amico».

E lei quando ha scoperto la passione per lo scrivere?
«Quando ero studente allo Stellini, le uniche materie in cui andavo bene erano italiano e filosofia. Ho cominciato con ''Il punto'' di Piero Fortuna ed è stato lui a farmi innamorare di questa professione; ho quindi curato la cronaca bianca come collaboratore del ''Gazzettino'' per poi passare allo sport: erano gli anni di Zico e seguire l'Udinese era una soddisfazione unica».

Poi cos'è accaduto che l'ha portata a trasferirsi in America?
«Tutto è cominciato una domenica, quando nella nostra casa di campagna a Togliano di Torreano si sono presentate due ragazze americane che stavano facendo un viaggio in Europa: Caroline, la cui famiglia acquistava il vino della nostra tenuta, e Mary, hawayana, che un giorno sarebbe diventata mia moglie. Mary mi ha invitato ad andare a trovarla e io sono partito un paio di mesi dopo, a Natale, destinazione Haway, ma col programma di una tappa intermedia di una settimana a New York».

E qui?
«Qui ero assieme a un collega udinese e a una cena abbiamo conosciuto il direttore amministrativo di ''Progresso italoamericano'', testata storica della comunità italiana in America, fondata nel 1885. Di punto in bianco ci propose l'assunzione al giornale, o quanto meno uno stage. Beh, rientrato dalla mia vacanza alle Haway, ho subito comprato un biglietto di sola andata per l'America».

Però l'avventura non è stata tutta rose e fiori.
«No, dopo qualche tempo cominciammo a scioperare per gravi scorrettezze dell'editore: tre anni senza contratto, fondi pensione spariti. Là gli scioperi non sono come in Italia: vanno avanti per settimane, mentre il giornale esce comunque grazie ai free lance, e si concludono o con la soluzione totale dei problemi o con il licenziamento di chi non si presenta al lavoro. A 22 di noi è toccata la seconda soluzione, ma è stato il mio bene».

Perchè?
«Una sera ci siamo ritrovati tra di noi, disperati, e ci siamo chiesti: ora che facciamo? Quello che era il direttore all'epoca, anche lui rimasto senza lavoro, buttò là: ma voi quanti soldi avete? Chi possedeva 1000 dollari, chi di meno...insomma, messo tutto assieme, siamo riusciti ad affittare un piccolo appartamento nel New Jersey e il locale dipartimento scolastico locale ci ha regalato dieci computer a pedali. Il 1º novembre 1988 era in edicola il numero uno di ''Americaoggi''».

Che ha soppiantato lo storico ''Progresso italoamericano'' e che attualmente la vede nel ruolo di vicedirettore. Ma ci sono ancora tanti emigrati del Bel Paese che leggono le news in italiano?
«Beh, il target dei lettori è cambiato molto, la comunità italoamericana sta scomparendo, nel senso che la terza generazione non parla più italiano; in compenso sono almeno 15 mila i nostri connazionali che ogni anno, per i più svariati motivi, si trasferiscono negli States. Da qui la necessità di creare un prodotto diverso. E infatti dal '98 il nostro giornale esce formato tabloid a ''panino'' con Repubblica».

Ha contatti con friulani?
«Molti, da ristoratori a impresari impegnati nelle costruzioni. La piccola Friuli si concentra sulla East side, è ben inserita e si caratterizza per la volontà di tramandare le proprie tradizioni senza le esternazioni tipiche dei siciliani o dei campani con processioni religiosi e altre feste di piazza. Anche un collega è friulano, Marzio Mian».

Nella patria della libertà per antonomasia, esiste davvero un'informazione senza bavaglio?
«Assolutamente sì, purchè quello che si scrive sia documentato».

La presidenza Bush, per esempio, come viene trattata?
«In questo periodo c'è il pollice verso praticamente da parte di tutti i media. Bush è attaccato non solo per la politica estera palesemente fallimentare, per un Iraq che appare senza via d'uscita, ma anche per la recessione in atto: è arrivato con il surplus di bilancio lasciatogli da Clinton, attualmente siamo in deficit. Ha mandato in tilt il sistema pensionistico, senza dimenticare gli inquietanti retroscena che stanno emergendo sull'11 settembre».

Allora ci può dire quali umori si colgono in vista delle prossime presidenziali?
«Il mio parere è che l'America non sia pronta per un candidato di colore, Obama, nè per una donna, Illary Clinton. Credo che il futuro ''president'' non sia ancora uscito allo scoperto....».

Vogliamo concludere parlando di Angel conservation?
«L'idea è partita da Paul Stanley, instancabile viaggiatore che mi ha coinvolto nella sua appassionata difesa di una popolazione indigena del Venezuela che sta scomparendo, i Pemòn: ne sono rimasti 20 mila. Abbiamo creato una no profit e, assieme a Luisa Conzatti di San Daniele, abbiamo concentrato la nostra attenzione sulle tribù di circa 2 mila persone sparse nella jungla di Kamarata e distanti tra loro anche tre giorni di cammino».

Su quale progetti concreti state lavorando?
«Questa popolazione ha una lingua bellissima e musicale e cerca disperatamente di tramandare i propri usi e costumi, ma tutto è affidato alla memoria, non c'è nulla di scritto. Cerchiamo allora di incentivare le scuole anche con materiale didattico. Dall'altro siamo partiti con un progetto di telemedicina che possa assicurare a tutti gli abitanti un accesso veloce a strutture sanitarie anche se situate a migliaia di chilometri di distanza».

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