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Parla Agostino Fioretti, il più anziano tra i “veci” friulani, a Cuneo si distinguerà per la sua aurocarretta del 1932

In marcia con gli alpini a 87 anni

«Le penne nere sono una grande famiglia e tutti si sentono fradis»

Scorre il documento matricolare, tre pagine fitte fitte in buona parte compilate a mano, ma solo per essere più preciso in qualche data. Tanto, le “sue” guerre l’alpino Agostino Floretti, classe 1920, le ha in testa perfettamente. È il più anziano tra i “veci” friulani che in questi giorni si stanno muovendo per l’adunata nazionale delle penne nere, a Cuneo. Alla sfilata delle sezione di Udine lo si distingue facilmente perchè è l’omino sorridente, camicia a quadrettoni azzurri, che si muove a bordo di un’autocarretta del 1932.
«L’ha rimessa in sesto Ferruccio Vidoni di Cassacco – fa sapere Floretti quasi con orgoglio –. Somiglia tantissimo a quello che io avevo in dutazione in Russia ed è capace di arrivare a 20 chilometri l’ora». Russia significa l’ultima delle sue quattro campagne, 1940-1943, che lui elenca in velocità: «Albania, Grecia, Jugoslavia, Russia», quasi si trattasse di un tour. Ma gli basta focalizzare un minimo episodio per commuoversi ancora.
Floretti, lei aveva 19 anni e lavorava come fabbro meccanico quando arrivò la chiamata alle armi. Ce la racconta?
«Ho ben presente tutto come fosse successo ieri. Sono stato prelevato dalla nostra casa di via Viola e portato al magazzino di Cividale per la cosiddetta vestizione. Venti giorni dopo ero in Albania».
E di quell’esperienza cosa le rimane?
«Ricordo di aver vinto una gara di tiro col fucile e di aver ricevuto per premio la possibilità di frequentare il corso per autisti a Tirana. Poi di essere stato mandato a uccidere le sentinelle lungo il confine con la Grecia, ma per fortuna mia quelle erano già fuggite».
Quindi siete penetrati in territorio greco?
«Sì, fino a Giannina, 11 giorni di viaggio e poi altrettanti per il ritorno con due gallette e due scatolette come viveri. Giunti a Giannina è arrivato l’ordine di ripiegare con vari, duri combattimenti. Tornati in Albania, ci aspettava il fronte, laddove la divisione Bari aveva abbandonato, è subentrata la Julia. Ho visto saltare in aria miei comilitoni a pochissimi metri da me. Diretti verso Durazzo, sono stato trappasato da una scheggia. Assieme ad altri feriti sono stato imbarcato su un aereo direzione Foggia, ospedale civile. Non dimenticherò mai la sensazione di una notte di silenzio, senza fame e senza paura tra le lenzuola di un letto vero. Da qui all’ospedale militare di Rimini, poi a casa».
Dove la convalescenza non è durata molto.
«Dichiarato guarito, sono stato spedito a Spalato, poi a Postumia, dove ho potuto far valere la mia patente per guidare le autocarrette. Nell’agosto 1942 eccomi in Russia, a 3 chilometri dal Don, trasportavo viveri, munizioni, materiale per linee telefoniche, cosa che mi permise di non essere mai impegnato in prima linea al fronte. Per ritrovare a pieno quella dolorosa esperienza mi basta leggere “Centomila gavette di ghiaccio”. Prima della ritirata ho provato anche l’esperienza del ricovero nell’ospedale da campo di Leopoli con bronchite e problemi di cuore».
Esperienze che chiaramente segnano tutta la vita. Ma a lei cos’è veramente rimasto dentro? Cosa pensa della guerra?
«Mi ritengo la persona più nemica e lontana dalle guerre e dalle violenze in genere?
E spostando l’obiettivo ai nostri giorni?
«Io credo vada fatto assolutamente tutto per difendere il territorio dei nostri padri, ma, detto questo, cosa si mandano a fare i nostri soldati in Afganistan o in Iraq o in Libano? Sono davvero missioni di pace? E come si affrontano quei conflitti senza sapere davvero che origini hanno, da quale storia e da quali travagli e divisioni nascono? Dopo quanto ho passato non smetto di chiedermi: perchè si continua a uccidere?».
Cosa sono oggi gli alpini?
«Sono spirito di corpo, una grande famiglia in cui dall’ufficiale all’ultimo militare ci si sente “fradis”. Uno muore senza tentennamenti per salvare un fratello»
A quante adunate nazionali ha partecipato?
«Oh, ne ho fatte tantissime, non me le ricordo più. Certo che, da quando sono rientrato dal Venezuela dove ero emigrtato per lavoro ne ho persa una sola, quella di Catania del 2002, perchè ero ammalato. Oddio non sono in piena forma neanche adesso, ma non voglio neppure pensare di perdermi l’adunata di Cuneo. Ci sono i miei amici che mi aspettano, i reduci che come me hanno condiviso i dolori della guerra. Anno dopo anno c’è qualcuno in meno e ogni volta, inevitabilmente, scappa una lacrima».
La
vita non è stata affatto generosa con lei che ha sofferto anche per difficili situazioni familiari come la morte di due figli in giovane giovani. Cos’è che la fa andare avanti?
«Una forza di volontà grandissima. Credo l’eredità più bella lasciatami dalla grande famiglia alpina».

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