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Spara alla moglie e poi si toglie la vita

Nuovo dramma familiare in Friuli, il terzo in tre settimane: la tragedia è avvenuta in una ordinata villetta di Attimis

Distesi sul letto, uno accanto all’altro, con il pigiama addosso e coperti dal piumone. Lei con la testa sulla spalla di lui. Sembrava che dormissero, se non fosse stato per quella pistola che lui, Lino Giacomini, 52 anni, ancora stringeva in pugno. L’uomo, dopo aver esploso contro la moglie, Avina Scuor, 63, quattro colpi, si è ucciso. Quella scoperta ieri verso le 13 in una villetta di via Roma 28 ad Attimis è la terza tragedia familiare che colpisce il Friuli questo mese. Gli investigatori collocano i due decessi nelle 48 ore precedenti al ritrovamento, forse nel giorno di Santo Stefano. Il gesto, stando alle prime ipotesi degli inquirenti, sarebbe riconducibile allo stato di depressione in cui Giacomini versava da tempo per via della mancanza di un lavoro fisso. Tale teoria appare confermata anche da un lettera-testamento ritrovata in casa. I fatti. Il destino ha voluto che fosse proprio la figlia di Avina Scuor, Maria Cristina, 42 anni, a scoprire l’omicidio-suicidio. Ad allarmarla era stata una signora dalla quale Avina doveva recarsi proprio ieri mattina per fare le pulizie. La figlia, quando erano da poco passate le 12.30, si è trovata di fronte all’abitazione della madre con un amico di famiglia, Angelo Cois. Quest’ultimo si era recato lì su richiesta della sorella di Avina, Giovanna, che abita nel Pordenonese con l’anziana madre Ersilia e che da un paio di giorni provava a telefonare. È così che Cois si è ritrovato sotto casa con Maria Cristina, che aveva le chiavi. Il cane era nel giardino a pareva affamato. La macchina era in garage. La porta d’ingresso non era stata chiusa dall’interno. È entrato prima lui: al piano terra – dove ci sono cucina e soggiorno – non c’era nessuno e tutto sembrava in ordine. Sul tavolo c’era solo un posacenere con bucce di mandarino e fondi di caffè, sul lavello qualche tazza e vicino un panettone. Così si è subito diretto al piano superiore, che era al buio. Ma dalla persiana della camera da letto, lasciata su di un palmo, filtrava un po’ di luce. Quel tanto che ha permesso all’uomo di scorgere nel letto la coppia. Ad Angelo Cois è bastato un attimo per accorgersi che Giacomini aveva sul petto una pistola. Di fronte a quella scena a dir poco sconcertante Cois ha fatto un passo indietro, ha chiuso la porta e, senza toccare nulla, è andato incontro alla figlia. «Sono morti» le ha detto. «È meglio che tu non veda» ha aggiunto trattenendola. La donna non è riuscita a pronunciare nemmeno una parola ed è scoppiata in lacrime. La coppia. Lino Giacomini e Avina Scuor erano originari di due frazioni di Taipana: lui di Platischis, lei di Prossenicco. Lino, ex operaio, era in cerca di un impiego; per diversi anni aveva lavorato alla Raco, dove gli era capitato un infortunio alla mano. Era iscritto all’Ana (Associazione nazionale alpini) di Attimis, aveva rinnovato l’iscrizione circa 15 giorni fa nella sede di via Principale. Il Comune, attraverso i servizi sociali, stava seguendo la sua situazione con l’obiettivo di trovargli una nuova occupazione. Avina Scuor aveva lavorato per anni nella casa-famiglia per anziani di Attimis e prima, negli anni 70, in un’azienda in Germania. I due erano sposati dal 1989. Per le loro nozze avevano ottenuto anche la benedizione del papa: così hanno potuto desumere le persone che ieri sono entrate in casa e hanno visto il documento. Entrambi erano al secondo matrimonio. Avina aveva già una figlia, Maria Cristina, che risiede a Taipana con la famiglia. Gli abitanti di Attimis li descrivono come una coppia felice, che camminava per le vie del paese mano nella mano. Qualcuno spiega che erano piuttosto riservati, ma comunque sempre pronti a scambiare un sorriso, un saluto e magari due chiacchiere. L’indagine. Le forze dell’ordine si sono mobilitate quando, poco prima delle 13 di ieri, è arrivata la richiesta di intervento alla centrale operativa della questura. In via Roma si sono precipitate le auto di polizia e carabinieri e, ben presto, lungo la strada si sono radunati numerosi compaesani. Sul posto sono quindi arrivati anche il sostituto procuratore Matteo Tripani, il dirigente della Squadra mobile Ezio Gaetano, il responsabile del Commissariato di Cividale Stefano Pigani, gli uomini della Scientifica, il medico legale Lorenzo Desinan e i carabinieri del comando stazione di Attimis. Gli investigatori, dopo i primi accertamenti, hanno scoperto che la pistola utilizzata da Giacomini (una Beretta calibro 9) era regolarmente detenuta insieme a un’altra decina di armi tra corte e lunghe. Tutte quante erano custodite in cantina, in un armadio blindato, come prescrive la legge. La licenza gli era stata concessa anni
fa per uso sportivo, ossia per il tiro a volo. E, sempre in cantina, c’erano anche gli articoli di giornale pubblicati nel novembre del 2002, quando l’allora sindaco lo aveva invitato a non esporre la bandiera italiana nella sua casa di Platischis per non urtare la sensibilità dei vicini sloveni.

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