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Guidò il Friuli nel dopo-terremoto

Dieci anni fa Moriva Comelli
presidente della ricostruzione

Ricorrono dieci anni dalla scomparsa di Antonio Comelli, protagonista carismatico della vita politica friulana. Morì improvvisamente la mattina del 22 giugno 1998. Era nato a Nimis il 5 aprile 1920. A contraddistinguere la sua personalità, oltre alla visione etica, erano l’equilibrio e la lucidità di pensiero progettuale che fu particolarmente importante nella gestione dell'emergenza e della ricostruzione del Friuli del dopo-terremoto

Il ricordo di un amico
Il ricordo di un avversario
di LICIO DAMIANI

Ricorrono dieci anni dalla scomparsa di Antonio Comelli, protagonista carismatico della vita politica friulana. Morì improvvisamente la mattina del 22 giugno 1998. Era nato a Nimis il 5 aprile 1920.
A contraddistinguerne la sua personalità, oltre alla visione etica, erano l’equilibrio e la lucidità di pensiero progettuale, che egli celava dietro a un procedere felpato, ma lineare. Coniugava l’arte della mediazione, orientata al raggiungimento degli obiettivi proposti, con la capacità di gestire anche il quotidiano in maniera prudente. Mano di ferro in guanto di velluto, veniva definito. Univa l’acuto fiuto politico all’accorta strategia temporeggiatrice.

Dietro all’atteggiamento compassato, a quel che di autorevole e quasi di aulico, trasparivano un fondo anticonformista, la voglia di uscir fuori dalle righe, il gusto di abbandonarsi ai semplici umori popolari.
Non trascurava gli hobby. Appassionato di letteratura si rammaricava di non avere il tempo di dedicarvisi con maggior respiro. Fra i libri degli scrittori italiani contemporanei amava Il bosco degli urogalli di Mario Rigoni Stern, che gli ricordava le esperienze di vita alpina e rinnovava la memoria di quando, ragazzo, si recava a uccellare nei boschi intorno al paese natale. Notoria è rimasta la sua grande passione per la caccia, soprattutto in montagna: un modo per camminare nei boschi, sentire il profumo dell’aria, del sole, della nebbia, della pioggia, assaporare i sapori delle malghe.

Nelle riunioni con gli amici egli si apriva completamente, pur non dismettendo la consueta compostezza. Dietro agli occhiali cerchiati lo sguardo si illuminava d’un sorriso scanzonato. Con piglio tra il serioso e il divertito e un gestire misurato raccontava storie di personaggi, vicende di paese, tratteggiava flash curiosi di vita politica. Quando accennava a qualche ricordo più personale il tono si faceva assorto, velato da un tocco lieve di emozione. Nei discorsi pubblici a braccio lo stile oratorio era piuttosto lento e ondeggiante, le frasi si accavallavano quasi fossero premute più dalla preoccupazione delle cose da dire che dal modo di dirle. Negli incontri privati, invece, le parole fluivano nette e colorite. Comelli era un narratore orale coinvolgente.

Esperienza fondante del suo impegno civile fu la partecipazione alla Resistenza. La militanza con i “fazzoletti verdi” dell’Osoppo si esplicò nella zona di Nimis. Pagine esaltanti e terribili furono le battaglie combattute in montagna, le speranze aperte dall’effimera cacciata degli invasori, la proclamazione della Zona Libera del Friuli Orientale, la controffensiva lanciata dai tedeschi, l’orrore per l’eccidio di Torlano, gli incendi di Nimis, Attimis, Faedis. Comelli ritornava spesso al ricordo di quei drammatici avvenimenti, con serenità di giudizio.

Al termine del conflitto si laureò in giurisprudenza a Trieste e in diritto canonico a Roma avviando una prestigiosa carriera di avvocato. Militante della Democrazia Cristiana fece i primi passi in politica; nel 1948 il matrimonio con la signora Orvega Cerretelli, dal quale nacquero tre figli, Gianfranco, Donatella e Antonella.

Erano gli anni dei dibattiti sulla Regione friulana. Il 30 gennaio 1963 fu approvata la legge costituzionale sulla Regione speciale Friuli-Venezia Giulia e nel maggio dell’anno successivo venne eletta la prima giunta regionale, con Alfredo Berzanti presidente. Comelli, assessore all’agricoltura, si prodiga per mettere in atto strumenti di ammodernamento e qualificazione dell’economia agricola.

Alla fine del luglio 1973 assume la presidenza della giunta. Alla visione pragmatica di Berzanti subentra una gestione più “politica”. Programmazione economica, pianificazione territoriale, grandi infrastrutture, allargamento dei ruoli dell’autonomia, apertura alle regioni contermini sono alcuni dei punti qualificanti.
E alle ore 21.02 del 6 maggio 1976 il terremoto catastrofico mette a terra il Friuli. Cala un’angosciante clima da “prima linea”, ma si leva anche un imponente moto di solidarietà nazionale e internazionale. L’onorevole Zamberletti, commissario straordinario di governo, stabilisce con la Regione una sorta di duumvirato per fronteggiare l’emergenza. Comelli ottiene la delega dello Stato alla Regione di gestire in via diretta la ricostruzione, con facoltà da parte della Regione stessa di decentrare competenze alle amministrazioni locali. E’ la scelta vincente, ma ci sono ancora gravissime difficoltà da superare.

Il rodaggio di una macchina così complessa richiedeva tempi più lunghi delle previsioni e fra i sinistrati, costretti ancora nelle tendopoli, serpeggiavano disillusione e rabbia. Le spallate 15 settembre successivo vanificarono il lavoro svolto. Nella stessa mattina si concludeva la visita della delegazione parlamentare alle zone terremotate. In un’atmosfera da disfatta di Caporetto gran parte di deputati e senatori bersagliarono il presidente della giunta regionale di contestazioni durissime. Comelli rimaneva muto e immobile. Era solo. E tuttavia i colpi non ne scalfivano la fermezza.

La risposta fu nell’azione. Mentre gli sfollati venivano sistemati nei centri marittimi dell’Alto Adriatico, partiva il piano degli alloggi prefabbricati che ne avrebbe consentito il rientro all’inizio della primavera successiva. Ingente flusso di finanziamenti statali, snellimenti burocratici e forme più agevoli di appalti pubblici impressero l’acceleratore alla ricostruzione, pressoché completata nel giro di dieci anni.
Altre tensioni si dovettero superare. L’atteggiamento critico di una parte del clero e dell’Assemblea dei Cristiani nel giugno 1977 provocò in Comelli, radicato nelle convinzioni religiose, una lacerante amarezza. Intanto, in virtù della legge nazionale che collegava ricostruzione e sviluppo, era data soluzione a grossi problemi infrastrutturali e di crescita culturale: completamento fino a Tarvisio dell’autostrada, raddoppio della ferrovia e della statale pontebbana, istituzione dell’università autonoma del Friuli a coronamento di anni di spinte popolari.

Mentre l’eco del terremoto si affievoliva, l’ombra del terrorismo si allungava sul Friuli. Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978 destarono orrore e angoscia. Moro, per Comelli, oltre a rappresentare un punto preciso di riferimento politico, era un amico. E lo stesso Comelli, qualche tempo dopo, fu fatto oggetto di minacce da parte delle Brigate Rosse.

Il mutamento degli equilibri tra le diverse componenti della Democrazia Cristiana andava riflettendosi in sede locale finché, il 23 ottobre 1984, alla presidenza della giunta regionale fu insediato Adriano Biasutti.

Comelli continuò a
dare il proprio apporto dai banchi del consiglio. Ultimo impegno di rilievo la chiamata alla presidenza della Cassa di risparmio di Udine e Pordenone, nell’estate 1988. I primi atti si orientarono verso un sempre maggior ampliamento territoriale dell’istituto, innervandolo nella realtà produttiva.

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