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L'opinione di Pasquale D'Avolio su Pittoni

Solo prof friulani?
E l'Udinese, allora?

di Giacomina Pellizzari

UDINE.
È pugliese, ma da 38 anni lavora nelle scuole del Friuli. Prima come insegnante ora come preside. Pasquale D’Avolio, 53 anni, già dirigente scolastico del liceo Paschini di Tolmezzo, del classico Stellini di Udine e dell’istituto comprensivo di Paularo, di fronte alla proposta leghista di reclutare solo professori residenti in regione rabbrividisce. Il motivo è presto detto. «Il senatore Mario Pittoni – spiega il preside – da un lato dice cose “scontate” già presenti nella normativa vigente, dall’altra auspica qualcosa che va contro non solo i principi della Carta costituzionale, ma contro la normativa europea sulla libera circolazione dei lavoratori».

Se il senatore del Carroccio dice cose “scontate” significa che il reclutamento dei presidi già avviene a livello regionale?

«L’80% dei presidi risiede in Friuli proprio perché dagli anni Novanta i concorsi sono regionali. Stabilire una quota sarebbe del tutto inutile. Forse il senatore Pittoni pensava alle squadre di serie A, dove può capitare come nell’Inter che non esista un solo giocatore italiano. Perché non fa la stessa richiesta per l’Udinese? Sarebbe giusto pretendere che nell’Udinese sia riservata una quota a giocatori nati o residenti in Friuli».

La Lega, insomma, sfonda una porta aperta?

«Certamente, ma non si può impedire a chi arriva da altre zone d’Italia di partecipare ai concorsi regionali. Anche perché in Friuli mancano presidi, tant’è che diversi sono costretti a gestire più sedi. Lo conferma il fatto che già quest’anno prima di assegnare i posti a livello interregionale agli “idonei” nei concorsi di altre Regioni sono stati sistemati, non so quanto legittimamente, gli “incaricati” privi di titolo a livello locale».

Per un dirigente scolastico lavorare su più sedi è un bene o un male?

«A mio avviso un male. Un vincitore di concorso con una sola sede dà più garanzie rispetto a un preside con la sede principale a Udine che si prende anche un altro plesso fuori città. Quello del preside è un lavoro complesso, difficilissimo, pensare di dirigere due scuole è davvero impossibile. Io non lo farei».

La Lega ha qualcosa da ridire anche sui punteggi, sostiene che un 8 assegnato al Sud al Nord vale 5. È così?

«Il problema sono le graduatorie dove vale semplicemente il voto del diploma o della laurea. Qui scontiamo un evidente handicap per i candidati del Nord: non è mistero per nessuno che al Sud i 100 alla maturità abbondano e certe lauree in alcune università meridionali andrebbero “tarate”. Detto questo non accetto che le medie dell’8 al Sud valgano quelle del 5 al Nord. Bisogna saper distinguere perché al Sud come al Nord le eccellenze vere si vedono».

Starà mica proponendo l’abolizione del valore legale del titolo di studio?

«Assolutamente no. Il rimedio sarebbe peggiore del male. Il vero discrimine è la meritocrazia e su questo ci stiamo incamminando. Le proposte in discussione al Parlamento parlano di prove di preselezione in tutti i campi e sarebbe ora di attuarle se non si vuole dare fiato a posizioni di tipo etnico che sarebbero, oltre che moralmente inaccettabile, anche antistoriche».

Per un insegnante in cattedra in regione è importante conoscere la storia del Friuli?

«Non lo troverei scandaloso soprattutto per gli insegnanti delle scuole dell’infanzia e delle elementari dove un maestro del posto garantirebbe una maggiore “consonanza” tra docente e discente. Ma questo dovrebbe valere per tutta l’Italia anche se in Friuli c’è il discorso sulla lingua, tutelata dalla Costituzione che lo renderebbe particolare. Si potrebbe prevedere che nelle Scuole di specializzazione o nelle lauree magistrali per l’insegnamento l’esame di “Lingua e storia del Friuli” fosse reso obbligatorio oppure con la frequenza obbligatoria di un corso post-laurea».

Lei l’ha fatto?

«Quando giunsi in Friuli nel lontano 1970 mi iscrissi subito a un corso biennale per docenti che si svolgeva alla scuola media Manzoni di Udine sulla storia e la cultura del Friuli. Il mio comunque è un caso particolare: mi sono trasferito in Friuli per ragioni personali, avendo già insegnato un anno al Sud con una nomina a tempo indeterminato, poi i miei interessi politici mi portarono a partecipare alle vicende politiche della Bassa Friulana e in Carnia».

Ha mai subito discriminazioni perché meridionale?

«Come docente mai, solo come politico».

Per un insegnante meridionale lavorare in Friuli è un arricchimento?

«Alle volte aiuta a vedere le cose con maggiore oggettività e senza schemi campanilistici. Guai a rinchiudersi nel proprio “luogo natio”. A volte penso che la parola “identità” viene dal greco “idiòs”, vedere solo se stessi, e ha in comune la stessa radice di “idioma” ma anche di “idiotismo” che è una malattia vera di cui soffrono coloro che non sanno vedere oltre il proprio orizzonte».

La sua battaglia sul turnover non ha nulla a che vedere con gli insegnanti meridionali che tornano al Sud?

«Diversi politici ne sono convinti, ma non è così proprio perché la maggior parte dei docenti meridionali si ferma in Friuli. La questione del turnover riguarda soprattutto i professori friulani. Per mettere fine alle “migrazioni bibliche” che danneggiano le scuole di montagna occorre imporre la permanenza per almeno tre anni nella stessa sede, sia per i docenti di ruolo che per i supplenti».

Una battaglia che porterà avanti da pensionato? Perché ha deciso di lasciare la scuola così presto?

«Pensavo di rimanere fino a 70 anni, ma
il mutamento genetico del preside è sfiancante. Oggi tra leggi sulla sicurezza, privacy, Rsu e rapporti interni ed esterni con gli enti locali, il preside rischia di non conoscere più non solo gli allievi, ma neppure gli insegnanti, per i quali non è più una guida sul piano pedagogico-didattico».

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