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Intervista con lo scrittore di Valvasone

Avoledo: il Friuli vive:
un degrado pericoloso

È un ottimo momento creativo per Tullio Avoledo. Ha pubblicato due libri in poche settimane, la critica approva, il pubblico si stringe attorno allo scrittore di Valvasone. Eppure i temi che indaga non lasciano molto spazio alla positività. Intrighi, derive sociali, depredazioni più o meno legalizzate. Non proprio cose tranquillizzanti. Avoledo presenterà domenica mattina a Pordenone La ragazza di Vajont, anche se in libreria sta arrivando in questi giorni L’ultimo giorno felice.

Partiamo da quest’ultimo: di cosa parla?

«È l’undicesimo libro della collana Verde&Nero delle Edizioni dell’ambiente. Mi avevano chiesto qualcosa senza vincoli di realismo o cronaca, ma con al centro le ecomafie e l’ecologia. E ho scritto un racconto dedicato al degrado del Friuli e del Tagliamento, violentato da cave e discariche. La storia narra di un gruppo di amici, una comitiva di ricchi benestanti in gita enogastronomica a Torcello. Sembra tutto tranquillo e invece le telefonate che arrivano fanno comprendere che qui in Friuli, nel Tagliamento, si è consumato un delitto».

Perché il fiume?

«Mi interessava, da friulano e figlio del Tagliamento, far vedere com’è ridotto ora tracciando un parallelo tra la condizione attuale del fiume e la nostra: il degrado del fiume è il degrado personale nel quale viviamo».

Questo suo lavoro ha una particolarità, vero?

«Potrei definirlo una sigaretta senza filtro. Non c’è lavoro di editing, è senza mediazioni, quasi un romanzo in presa diretta».

Parlare del Tagliamento è per lei parlare del Friuli: qual è il male che lei individua?

«L’impudenza della depredazione. Forse c’è sempre stata, ma almeno una volta non era così seriale e manifesta. C’era un po’ di decenza: ci siamo abituati a sguazzare nella melma. Non è da friulani».

Temi forti, ampliati anche da La ragazza di Vajont?

«Lì indago il paradosso di una società apparentemente multietnica. Che al contrario non ha ancora assorbito la diversità».

Questo cosa provoca?

«Un’ansia di fondo. Allora mi chiedo: quando non ci sarà più la sicurezza economica che oggi ci intontisce forse arriverà qualcuno a focalizzare le paure, le ansie, la perversione di fondo della violenza. E lo farà indicandoci qualcuno da colpire, da accusare».

Cose che un po’ stiamo già vivendo?

«Lo si è visto dopo l’omicidio di quella donna di Roma. Immediatamente si è scatenata la caccia al romeno».

Un’esplosione di fenomeni di massa?

«Non siamo più capaci di affrontare e risolvere i problemi. Lasciamo che allegramente il degrado prenda piede e accettiamo di lasciarci trasformare in sudditi».

Il pericolo dove sta allora?

«Viviamo momenti difficili, economicamente complicati. Se c’è qualcuno che vuole lucrare e che si mette a dire che il pericolo non è della finanza internazionale ma individua un responsabile, ovvero il diverso, e inizia a propagandarne l’identità, credo che ciò che proviamo in questa situazione di pericolo imminente possa trovare canali tutt’altro che positivi».

Cioè?

«Non so se in Cile o in Argentina prima del golpe si percepiva questo clima. Ma io vedo proliferare quotidianamente sensazioni di fastidio, vedo crescere l’intolleranza, e tutto precipita nel giro di poco tempo».

Non sta esagerando?

«Le racconto un fatto che mi è accaduto: tornavo a Pordenone in treno e sul vagone c’erano dei ragazzi che andavano al concerto di Vasco. Per amor del cielo: nemmeno spiacevoli, anche se avevano i frigobar pieni di alcolici».

E allora?

«Alla stazione di Treviso sulla banchina c’erano alcuni passeggeri di origine africana. La cosa più gentile che hanno urlato è stata “vi metteremo nei forni”. Ma sa quale è stata la cosa peggiore? Che siamo rimasti tutti zitti. Anch’io».

Ma tutto questo con La ragazza di Vajont cosa c’entra?

«Nel libro coinvolgo i protagonisti in una devastante guerra etnica. Immagino ciò che qui non è ancora successo ma che ha la possibilità di accadere».

Come può succedere?

«Come nell’episodio reale del treno. Basta che la gente lo lasci accadere. Credo che ci sia una “massa di manovra” pronta a rispondere a chi vuole fare il male. Ci sono persone che si identificano magari con una linea ribelle e sono capaci poi di vestire indifferentemente una divisa e andare a massacrare chiunque».

Tutto questo pessimismo lo ritroviamo nel libro?

«No, continuo a ripetere che il finale è a lieto fine. Quando una guerra finisce, nonostante le devastazioni, per il solo fatto che sia finita è un modo per affermare che qualcosa di buono è accaduto».

Alessandro Montello

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