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Molte imprese non rinnovano i contratti

Alto Friuli, 2.000
in cassa integrazione

Sono oltre duemila i lavoratori dell’Alto Friuli interessati dalle casse integrazioni ordinarie richieste dalle aziende per rallentare le produzioni

e far fronte così alla crisi del mercato che all’alba del nuovo anno non sembra aver fatto alcun passo indietro. Ma la crisi è generale e colpisce l’intero territorio friulano, a cominciare dalla Bassa, dove oltre il polo chimico (con la vertenza Caffaro) ci sono anche altri settori in difficoltà.
GEMONA. Sono oltre duemila i lavoratori dell’Alto Friuli interessati dalle casse integrazioni ordinarie richieste dalle aziende per rallentare le produzioni e far fronte così alla crisi del mercato che all’alba del nuovo anno non sembra aver fatto alcun passo indietro. Anzi, le agende dei sindacalisti si stanno rapidamente riempiendo di nuovi appuntamenti, chiesti dalle aziende nel migliore dei casi in vista di ulteriori ricorsi agli ammortizzatori sociali, nel peggiore per comunicare il mancato rinnovo dei contratti a termine. Una piaga, quest’ultima, che inizia a farsi sentire in modo pesante e che significa centinaia di posti di lavoro persi senza poter garantire pressoché alcuna tutela.

Ma vediamo nel dettaglio come sta andando nelle maggiori realtà produttive dell’area montana e pedemontana della provincia di Udine. E partiamo dal basso, dalle colline moreniche, dove la bujese Dm Elektron ha recentemente avviato un nuovo ciclo di cassa integrazione, per 13 settimane complessive, che si concluderà il 4 aprile. Coinvolgerà a rotazione, per un massimo di 40 persone, tutti i 250 dipendenti dell’azienda. E mentre l’ammortizzatore sociale consente di rallentare la produzione, la proprietà – fanno sapere dal sindacato – sta cercando di intraprendere una nuova strada, puntando su schede di alto valore aggiunto e a tale scopo avvierà a breve percorsi di riqualificazione del personale.

Alle Ferriere Nord la situazione è ancora incerta. Dopo i periodi di Cigo richiesti per i reparti a freddo attualmente non vi sono operai a casa, ma la situazione andrà verificata nel prossimo futuro. Lo stesso vale per la Eco di Amaro, reduce da due mesi di Cigo, dalla quale i sindacalisti attendono la convocazione di un incontro per capire se vi sia bisogno di un ulteriore intervento in tal senso. Un segnale poco positivo, nel frattempo, è già arrivato: i contratti interinali in scadenza allo stabilimento di Amaro, che nel complesso conta 280 dipendenti, non sono infatti stati rinnovati e per ora sono congelati.

Da Amaro a Tolmezzo il passo è breve. Automotive Lighting, colosso internazionale nella produzione di fanaleria per auto che in Carnia dà lavoro a circa 850 persone, ha già chiesto alle organizzazioni sindacali un incontro per due ulteriori settimane di cassa integrazione da farsi rispettivamente a fine gennaio e fine febbraio, con che modalità e per quante persone sono dettagli che andranno definiti. Non sfuggono agli artigli della crisi nemmeno le cartiere e in particolare l’Ermolli di Moggio dove 177 dipendenti saranno posti in cassa integrazione straordinaria e il ciclo passerà da continuo a discontinuo.

Va meglio, invece, alla Weissenfels di Tarvisio dove, al di là della Cigo che fino alla fine di marzo coinvolgerà a rotazione 160 persone, la buona notizia per i 223 lavoratori è quella relativa all’acquisizione dello stabilimento da parte dell’imprenditore friulano Comelli, che riporta dunque la proprietà della storica fabbrica in mani friulane.

Non va infine dimenticata la miriade di attività produttive “minori”. Colpite, come
le fabbriche più grandi, dalla crisi, anche queste ultime infatti han dovuto fare ricorso agli ammortizzatori sociali. Basti qualche esempio. Sono in Cigo alcuni lavoratori della Sora di Osoppo, della Detas di Coseano e della Refrion di Villa Santina.

Maura Delle Case

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