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Schifani in Friuli:
un modello per l’Abruzzo

di Domenico Pecile

UDINE. La tentazione è una sorta di deriva autoreferenziale se non addirittura retorica quando si affronta il tema del terremoto in Friuli (che ieri ha ricordato il suo 33esimo anniversario) diventato poi modello da esportare ed esperimento pilota in chiave federalista. Ma è soltanto una tentazione, perché è la storia a suffragare risultati che hanno trasformato la tragedia del 6 maggio 1976 nel riscatto di un popolo e, perchè no?, nella rivincita della politica con la P maiuscola. Cose dette. Ridette. Risapute. Ma che non guasta ripetere.

A riaffermarle ieri è stato il presidente del Senato, Renato Giuseppe Schifani, in visita prima a Gemona e poi ospitato nel palazzo udinese della Regione e accompagnato dai presidenti della Regione, Renzo Tondo, e del consiglio regionale, Edouard Ballaman. «La sussidiarietà responsabile è oggi il cuore della Riforma federalista – dice Schifani —. Quanto è stato fatto in Friuli non è stato soltanto un esempio della capacità e della tenacia di questa terra; gli interventi legislativi della Regione hanno anticipato i principi del federalismo, hanno rafforzato e valorizzato la volontà popolare».

Sì, giusto e doveroso ammettere che «oggi il Friuli è un modello; un esempio da esportare». Il parallelismo con la tregedia dell’Abruzzo per Schifani è pressochè automatica. «In Friuli si è lavorato bene – sottolinea ancora – case tutte rigorosamente antisimiche realizzate con criteri d’avanguardia, bellezze architettoniche non solo recuperate, ma messe in sicurezza, industrie fiorenti che sono il vanto non solo della regione, ma dell’intero Paese». Dunque: «altrettanto dovrà avvenire in Abruzzo e tutte le istituzioni dovranno sorvegliare. In Friuli ci fu l'orgoglio di una ricostruzione che è esempio nella nostra storia; così sarà anche nelle terre colpite dal sisma di un mese fa».

Insomma, per il presidente del Senato l’Italia federale è già nata in Friuli Venezia Giulia. Oggi poi che la regione ha assunto un ruolo baricentrico rispetto ai Paesi dell’Est entrati nell'Ue «la sua specialità deve essere non soltanto salvaguardata, ma anche rafforzata, perché non un privilegio, ma vera e propria assunzione di responsabilità, capacità di gestione diretta delle proprio risorse, ricavate dalla compartecipazione dei tributi riscossi nel territorio della regione».

Ma il modello Friuli per Schifani è tale anche sul fronte della prevenzione perché – argomenta - «ci insegna che se i disastri naturali purtroppo accadono, sono accaduti e potrebbero ancora accadere, l’uomo può fare molto per incidere positivamente e impedire che gli effetti siano devastanti. Occorre, allora, approntare tutti gli accorgimenti tecnici per evitare il ripetersi di tragedie e applicare con onestà e rigore i parametri antismici». Infine, a margine della commemorazione, Schifani si è intrattenuto con i ragazzi della scuola Umberto I di Caneva (ospiti della Regione) invitandoli «a difendere sempre la libertà, bene supremo dell’uomo».

Federalismo e autonomia, dunque. Due temi ripresi anche nelle parole del presidente della Regione, Tondo, e che ora assumono una particolare importanza proprio con riferimento alla tragedia dell’Abruzzo.- Dopo avare sottolineato che «autonomia è assunzione di responsabilità», Tondo ha sottolineato che questi due principi sono stati attuati, nella ricostruzione del Friuli terremotato non soltanto nei rapporti tra lo Stato e la regione ma anche tra questa egli enti locali. «Fondamentale è stato infatti il ruolo svolto dai sindaci a cui è stata attribuita la funzione di funzionari delegato». Anche per questo Tondo ha ringraziato lo Stato centrale per avere saputo cogliere il significato autentico della specialità del Friuli Vg.

Infine, dal presidente del Consiglio regionale, Ballaman, (che è scivolato sul friulano sicché la frase “il Friûl al ringrazie e nol dismentée è diventato “Il Friuli al ringrazie e nol disménte”) è venuto un invito agli abruzzesi a guardare avanti, agli esempi positivi di chi è stato colpito da tragici lutti e da immani calamità naturali e ha saputo rialzarsi, ricostruire e crescere, socialmente ed economicamente. «Tutti - ha aggiunto - possono andare a Gemona, Venzone, Buia, Osoppo, Majano, solo per citare alcuni degli oltre 140 comuni colpiti in maniera più o meno grave dal terremoto del 1976, per constatare come si è ricostruito, in quali tempi e con quali modalità».

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