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Compromesso sull’acqua
tra la Lega Nord e il Pdl

L’oculatezza contro lo sperpero, la periferia contro il “centro”,

la responsabilità contro la burocrazia. Davide contro Golia. Non è una guerra ideologica: è una battaglia di principio. E che l'acqua non debba essere privatizzata lo pensano quattro Comuni ribelli: Cercivento, Comeglians, Forni Avoltri e Ligosullo che hanno detto a «un irresponsabile diktat».
di Domenico Pecile

TRIESTE. Il consiglio ha incaricato la giunta regionale di chiedere al governo che nel regolamento attuativo del decreto Ronchi sulla privatizzazione dell’acqua alcune realtà “virtuose”, come diversi Comuni del Fvg, possano mantenere il servizio in proprio, senza il parere dell’Antitrust.

L’odg (27 voti favorevoli del centrodestra, 19 contrari dell’opposizione di centrosinistra e Ferone dei Pensionati astenuto) chiede inoltre alla giunta di attivarsi affinchè nell’emanazione dei regolamenti siano previsti strumenti per l’attivazione e il rafforzamento del controllo e della vigilanza sulla qualità del servizio idrico integrato e sulla correttezza delle tariffe integrate.

Insomma, il consiglio regionale ha trovato un minimo di mediazione tra ciò che chiedeva il centrosinistra sinistra e la posizione della Lega. L’aula ha infatti respinto a maggioranza le due mozioni presentate da Paolo Menis (Pd) e Stefano Pustetto (Sa), che chiedevano alla Giunta Tondo di attivarsi affinchè il bene acqua venisse dichiarato privo di rilevanza economica e, dunque, non soggetto alle disposizioni del decreto legge 135. Le mozioni chiedevano di aprire un tavolo di confronto con il Governo, facendo valere la propria specialità, per ottenere lo stralcio della gestione del servizio idrico dalla norma nazionale 133/2008 e avocare a sè la competenza in materia.

Ma, come detto, la maggioranza ha dovuto fare i conti con la Lega Nord, il cui capogruppo Narduzzi, nelle dichiarazioni di voto è stato molto esplicito. Prima, parlando di «prostituzione intellettuale» ha attaccato duramente il centrosinistra ricordando il suo tentativo di privatizzare l’acqua attraverso la Nes non più tardi di tre anni fa; poi ha ricordato le battaglie della Lega a favore dell’acqua come bene pubblico prima della chiosa finale: «Nemmeno a noi è piaciuto quello che è stato deciso a Roma. Se avessimo il 51% sarebbe andata diversamente, ma noi onoriamo un contratto, quello della coalizione che sta facendo bene».

Da qui l’ordine del giorno che in parte frena il decreto e dà la possibilità a molti Comuni virtuosi di poter affidare la gestione del servizio alle municipalizzate dei Comuni stessi. In ogni caso – ha detto il capogruppo del Pdl, Galasso – non c’è alcuna vera privatizzazione perché L’Ato continuerà a fare la pianificazione, il piano di investimenti e la determinazione delle tariffe. Soltanto il 40% – ha aggiunto – sarà affidato ai privati per la gestione del servizio.

Ma per il centrosinistra le cose non stanno esattamente così. Nei loro interventi, Menis, Pustetto, Travanut, Moretton e gli altri hanno ricordato che le spa devono fare utili e che di fronte alle multinazionali sempre più interessate al business dell’acqua i Comuni conteranno poco o nulla. Da qui la necessità di rivendicare la specificità della nostra regione in tema di gestione di un bene pubblico che non può diventare – è stato detto – merce di scambio, giacchè
«il pubblico è indispensabile quando ha a che vedere con gli aspetti attinenti l’individuo: così è per l’acqua; così per la Sanità».

Intanto, ieri è cominciato in consiglio regionale anche il dibattito sulla mozione presentata dal centrodestra che chiede di apporre il crocefisso in aula.

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