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Udine, il premio Tiziano Terzani assegnato a Umberto Ambrosoli

Il premio Terzani / La motivazione

UDINE. Il premio Terzani, momento culminante di vicino/lontano è stato assegnato a Umberto Ambrosoli, avvocato milanese, figlio di Giorgio Ambrosoli e autore di uno splendido libro, Qualunque cosa succeda, in cui narra la drammatica vicenda al termine della quale il padre è stato ucciso. È il secondo italiano, dopo Fabrizio Gatti a essere insignito del prestigioso riconoscimento e lo merita pienamente perché brilla di luce propria e non solamente di quella luce riflessa che gli deriva dalla storia di Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona che poi lo ha fatto uccidere da un killer italoamericano. Questa vicenda è stata esemplarmente rievocata anche dal film Un eroe borghese diretto da Michele Placido e interpretato, oltre che dallo stesso Placido, anche da Fabrizio Bentivoglio e Omero Antonutti.

Umberto Ambrosoli la scorsa estate è stato ospite del Lab di Gemona e ho avuto la possibilità di dialogare con lui pubblicamente delle sue esperienze, dei sentimenti provati allora e negli anni successivi e delle convinzioni che in lui si sono sviluppate; perché le esperienze vissute non possono non lasciare tracce e non possono non indirizzare una vita. Poi dipende da noi scegliere se trarne motivo per isterilirsi in dolori e rancori, oppure se ricavarne carburante etico per tentare di migliorare se stessi e il mondo.

Umberto Ambrosoli, con cui parlare dà un’emozione particolare, ha scelto la seconda strada e infatti non vive soltanto di gloria riflessa, ma agisce anche lui nel solco tracciato da suo padre. E questo lo si vede dal coraggio e dall’orgoglio che lo anima quando scrive ai suoi figli dicendo che vuole raccontare loro «una storia bella, emozionante e un po’ complicata, che forse potrà sembrarvi, nella sua conclusione, triste e ingiustamente dolorosa». E più avanti specifica: «Vorrei farvi capire come per me questa storia, quella di papà, sia semplicemente la più bella tra le storie. Perché mostra quale esperienza eccezionale sia essere uomini, cittadini, genitori e costruire con la propria vita la società in cui si desidera vivere».

Il suo libro, infatti, non serve soltanto per donare a suo padre una vita che va ben oltre la morte, perché questa vita non carnale Giorgio Ambrosoli ce l’aveva già. Ma si impegna a proiettare nel futuro quei passi in avanti da lui compiuti sulla strada del progresso dell’umanità, a strapparli da quell’artefatta e inutile atmosfera dell’eroismo di maniera che tanto piace nelle manifestazioni ufficiali, per renderli palpabili, effettivi, vicini a chiunque di noi. Umberto ha in sé non soltanto l’amore per suo padre e il rispetto per la sua eredità morale («Alleva i ragazzi nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto», ha scritto Giorgio alla moglie Annalori nella stessa lettera da cui è tratto il titolo di questo libro), ma anche e soprattutto il valore di saper trasmettere quello che sono i valori veri. E questa è forse la qualità più trascurata in questo mondo di oggi. Ed è per questo che giustamente vicino/lontano dice a lui con grande trasporto un grazie di tutto cuore dedicandogli il premio annuale intitolato a Tiziano Terzani.

Umberto Ambrosoli cita nei suoi scritti Il calendario dei Santi laici. Sono andato a cercarmelo e a scorrerlo coglie davvero un senso di vertigine, una voglia di piangere e di urlare contemporaneamente. Sono centinaia, tante centinaia, le persone uccise solo perché facevano il loro lavoro. Alcuni sono arrivati alla morte senza rendersene conto, altri lo hanno fatto presentendo quello che sarebbe successo e andando avanti comunque. Così è successo per Giorgio Ambrosoli, così è successo per Paolo Borsellino che aveva detto: «Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri». Una frase che non accusa soltanto i reali mandanti della strage che lo ucciderà in via D’Amelio, ma che anche punta il dito non contro lo Stato, ma contro i suoi indegni rappresentanti che lo avevano abbandonato salvo poi spargere lacrime e fare discorsi a strage avvenuta.

E il concetto della sacralità dello Stato è quello che fa da traccia all’intera vita di Umberto Ambrosoli come prima aveva fatto per suo padre Giorgio che aveva pronunciato una frase di grande importanza: «A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica, ma in nome dello Stato, e non per un partito». Una frase che non può non riportare alla mente una parola pronunciata da Giacomo Matteotti nel suo ultimo discorso alla Camera prima di essere rapito e ucciso dai fascisti: al presidente della Camera che lo ammoniva a parlare «prudentemente», Matteotti rispose che a lui non parlava «né prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente». Una parola che non esiste nel vocabolario, ma che ha in sé un valore enorme. Anche Matteotti, come Ambrosoli, non soltanto faceva il suo dovere, ma sapeva anche a cosa stava andando incontro per seguire la propria dirittura morale.

Il grande valore di Qualunque cosa succeda sta anche nel fatto che illumina il fatto che oggi di dirittura morale si parli ben poco e che, addirittura, sembra essere diventata una zavorra della quale ci si debba liberare al più presto. E che per tornare a riapprezzare il valore etico della nostra vita non sono importanti le cose eclatanti, ma quelle piccole, di ogni giorno. Non l’eroismo appariscente, ma l’onestà quotidiana. L’accettazione delle regole e insieme l’esercizio del diritto di resistenza, la capacità di usare il “no”, parola fondamentale nella gestione individuale della coscienza e della democrazia, tenendo sempre ben presente che una cosa è lo Stato e altra cosa possono essere i rappresentanti dello Stato stesso.

Di queste piccole cose il libro di Umberto Ambrosoli è continuamente intessuto. Racconta Pino Gusmaroli che con Silvio Novembre è considerato da Giorgio Ambrosoli “vero amico”: «Aveva una paura maledetta che i suoi collaboratori, me compreso, potessero ricevere in dono una bottiglia di champagne o altro. Sapeva che se uno accetta l’omaggio, prima o poi può essere ricattato, o denigrato, o delegittimato». Insomma, non accettava, e tanto meno chiedeva doni o favori, perché sapeva che poi non domanderanno a te di contraccambiare, ma alla tua funzione.

Ricorda Ciampi nella sua prefazione: «Quel colpo sparato ad Ambrosoli era destinato al cuore dello Stato, iscrivendosi l’episodio in un clima inquietante e torbido di intrecci tra malavita e forze eversive, che puntavano alle istituzioni con un disegno destabilizzante non dissimile da quello perseguito dal terrorismo, dalla lotta armata». Perché, in definitiva è sempre attraverso il dolore degli altri che si tenta di spezzare la dirittura di chi vuole vivere secondo le regole. Fortunatamente non sono pochi quelli che decidono di resistere. Colpevolmente se ne parla sempre troppo poco.

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