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UXORICIDIO DI FELETTO
Ricostruito il tormentato rapporto fra i coniugi. «Se mi capita qualcosa portatemi delle rose bianche»

In un sms inviato alla figlia pochi giorni prima di essere uccisa aveva scritto: «Tuo padre non ci sta più con la testa»

UDINE. «Se mi capita qualcosa, ricordatevi di portarmi delle rose bianche». Parlando della gelosia del marito, Carmela riusciva anche a scherzare. Lo aveva fatto pure due giorni prima di essere uccisa, chiacchierando con l’uomo con il quale, da oltre un anno, aveva intrecciato una relazione extraconiugale. La verità è che di paura ne aveva tanta. In un sms inviato alla figlia mercoledì scorso aveva scritto: «Tuo papà non ci sta più con la testa. Stamani voleva farmi fuori». È anche sulla base di questi elementi – raccolti dai carabinieri nel corso delle indagini – che, ieri, il Gip del tribunale di Udine, Roberto Venditti, ha disposto la misura cautelare in carcere di Salvatore Guadagno, l’operaio di 39 anni (li compie oggi), arrestato domenica, a Feletto Umberto, per l’uxoricidio di Carmela Cerillo. La donna, madre del loro due figli, aveva 38 anni.

Anche il procuratore all’udienza. La decisione è arrivata in tarda mattinata, dopo che il giudice si era recato nella casa circondariale di via Spalato – dove l’uomo si trova dalla sera del 25, con l’accusa di omicidio volontario, aggravato dal vincolo di parentela e da futili motivi –, per l’udienza di convalida dell’arresto e l’interrogatorio di Guadagno, che è assistito dall’avvocato Giorgio Caruso. Oltre al Gip e al difensore, all’udienza ha partecipato anche il procuratore della Repubblica di Udine, Antonio Biancardi. Una presenza inconsueta, quella del pubblico ministero a un’udienza di convalida in carcere, tanto più se a prendervi parte è il capo in persona. Non in questo caso, evidentemente, visto che Biancardi lo aveva annunciato fin dalla sera dell’omicidio: della faccenda – pur se il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Lucia Terzariol (da martedì a Roma per un congresso) – si sarebbe occupato personalmente. E così è stato: nei confronti dell’operaio (lavora per la Cgm alla Fincantieri di Monfalcone), peraltro reo confesso, Biancardi ha ribadito l’esigenza della misura cautelare in carcere, fondando la richiesta sul «concreto pericolo della reiterazione del reato», oltre che, seppure in via secondaria, del «pericolo d’inquinamento delle prove».

La ricostruzione.
Un «uomo prostrato»: così l’avvocato Caruso ha descritto lo stato d’animo del proprio assistito, al termine dell’udienza, che lo aveva visto formalizzare la richiesta della misura degli arresti domiciliari. Di più, il difensore non dice. «Stiamo ipotizzando una strategia difensiva – taglia corto –, ma prima di aver letto l’ordinanza del Gip qualsiasi dichiarazione risulterebbe prematura. Dico soltanto che, a nostro avviso, non c’erano i presupposti per il suo mantenimento in carcere». Poche anche le novità emerse dall’interrogatorio. Rispondendo alle domande del giudice, Guadagno si è limitato a ripetere quanto già raccontato ai carabinieri del Nucleo investigativo e al pm, subito dopo il delitto. E cioè che, domenica, aveva trascorso il pomeriggio in casa, nell’appartamento al civico 48/2 di via Cavour, a Feletto, insieme alla moglie Carmela, al cognato Mauro e a uno dei loro due figli (la maggiore era uscita attorno alle 15): avevano guardato le partite alla tv. Poi, verso le 17.30, cognato e figlio se n’erano andati e i coniugi Guadagno erano rimasti soli. Qui, i ricordi si fanno vaghi: Salvatore riferisce soltanto che si trovavano prima in camera e poi in cucina, per preparare il caffè. Il resto è buio. Amnesia totale fino alle 18.50, minuto più minuto meno. È a quel punto, a delitto compiuto, che l’uomo recupera il filo della memoria. E si ritrova – sono le sue parole – con le mani sul collo della moglie, stesa in terra sotto di lui. Cosa sia successo in quell’ora e mezza scarsa, cosa si siano detti e cosa abbia fatto scattare la violenza di Salvatore non è dato sapere. Davanti ai volti perplessi del Gip e del pm, l’uxoricida si appella al vuoto di memoria, nega, ritratta. E infine, forse al colmo della prostrazione, si abbandona al pianto. Travolto da chissà quale turbinio di pensieri e passioni.

Il tradimento e l’orgoglio ferito. Già, perché al di là del puzzle abbozzato ieri davanti ai magistrati, resta la confessione. Quella resa a caldo da Guadagno, subito dopo avere consumato il delitto, quando ai carabinieri spiegò di avere agito spinto dalla gelosia per il tradimento subìto. E quella finita poi negli atti del fascicolo trasmesso dalla Procura in tribunale. Pagine e pagine di testimonianze di parenti e amici e di trascrizioni di telefonate e messaggi, raccolti dagli investigatori comandati dal capitano Fabio Pasquariello fin dalla tragica sera del 25. Indizi che il Gip Venditti ha ritenuto di poter considerare già di per sè prove robustissime e capaci, da sole, di accogliere e sostenere la richiesta del mantenimento in carcere avanzata dall’accusa. A cominciare proprio dalla chiamata effettuata dallo stesso Guadagno al 112, una ventina di minuti dopo l’omicidio (e, anche, dopo la telefonata al collega e amico Francesco, il primo – a quanto pare – a essere stato informato del delitto). «Mi chiamo Salvatore Guadagno, abito in via Cavour 48/2, a Feletto, e ho appena ucciso mia moglie. Come? Con le mani. Mi tradiva, non ci ho visto più, è tutto buio». Dalla centrale operativa parte l’allarme. Lui, però, è così sconvolto, che si dimentica di chiudere il telefono. E così, sul nastro dei carabinieri, resta incisa anche la registrazione delle parole che pronuncia subito dopo, rivolgendosi dal balcone alla vicina di casa, Alba. Anche a lei dice di avere ucciso Carmela. Ma con la vicina non si limita ad auto denunciarsi. «Il tradimento è grosso – spiega –. Lei mi conosceva, non doveva farlo. Lo sa come sono fatto io».

Una morte annunciata.
E invece, Carmela lo sapeva eccome con chi aveva a che fare. Prova ne siano le testimonianze dei parenti, gli amici e i colleghi che, uno dopo l’altro, hanno sfilato davanti agli investigatori, per riferire dei tanti sfoghi ai quali la donna si era abbandonata. Si lamentava delle prepotenze del marito e mostrava i lividi delle botte ricevute. E ancor più prova ne sia l’sms inviato alla figlia il 21 aprile. «Non rischiare, poi ti spiego – le aveva scritto –. Tuo papà non ci sta più con la testa. Stamani voleva farmi fuori e poi farla finita lui». Un messaggio che, secondo il giudice, non soltanto confermerebbe la personalità violenta di Guadagno, ma proverebbe anche lo stato di paura nel quale la donna viveva. Tanto più, dopo che Carmela gli aveva prospettato l’ipotesi della separazione. Che il marito nutrisse più di qualche sospetto, d’altra parte, sarebbe provato anche dal preventivo che l’uomo – secondo una segnalazione pervenuta in Procura – avrebbe chiesto alcuni mesi fa a un investigatore privato. Un’iniziativa rimasta poi senza seguito, ma indicativa – se provata – del livello di gelosia raggiunto da Guadagno. Anche e di più, dopo che Carmela aveva deciso di presentargli l’uomo – N.D., 34 anni, imprenditore di Castions di Strada – con il quale aveva cominciato a frequentarsi (e a casa del quale, a Branco, si era trasferita, dall’1 al 17 aprile, con i figli). Ed è proprio a lui che, forse per sdrammatizzare il difficile momento
che stava attraversando, esattamente due giorni prima di essere uccisa, Carmela aveva detto: «Se mi capita qualcosa, ricordatevi di portarmi delle rose bianche». Scrivendo così il testamento di una morte tragicamente annunciata e, chissà, forse evitabile.

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