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Il serial-killer delle squillo: «Ho assassinato per soldi, non per sesso»

L’agghiacciante racconto di Ramon Berloso. «Le ho seppellite insieme sotto il ponte del Torre». Gli incontri avvenivano dopo telefonate nelle quali l’omicida si presentava in maniera gentile e inviava le proprie fotografie

GUARDA L'arresto di Berloso e il ritrovamento dei corpi

Niente armi, niente telefoni cellulari, niente portafogli, forse qualche euro in tasca utile a chiamare l’amica in Brasile in un disperato tentativo di pianificare l’ultima fuga. Ecco che quando l’altra notte i carabinieri e i poliziotti l’hanno accerchiato alla stazione di Padova, deserta nel cuore della notte, Ramon Berloso non ha opposto resistenza. Sapeva che quella patavina era l’ultima tappa d’un viaggio disperato, di quel viaggio nell’orrore iniziato per lui - se non emergeranno nel corso dell’inchiesta altri particolari inquietanti - il 10 marzo scorso con l’uccisione della ventottenne mestrina Ilenia Vecchiato. Ha detto agli inquirenti che lo arrestavano: «Parlo, davanti a un magistrato». Quattro ore in Questura.

Davanti al pm Marco Panzeri, al capo della mobile, Ezio Gaetano, e a quello del Nucleo investigativo del Comando provinciale dei carabinieri, Fabio Pasquariello, ha parlato per quattro ore. Ha raccontato degli appuntamenti presi con le escort, degli incontri pianificati prima sui siti web e poi con telefonate mirate. Ha raccontato degli spostamenti fatti in una ristretta area della Bassa, se si esclude una deviazione fuori regione a Desenzano (che, come abbiamo visto, gli è costata cara) con l’auto rubata a una delle vittime. La mappa del terrore. Paesini distanti l’uno dall’altro due, tre chilometri. A volte anche meno. Come San Vito al Torre, Aiello, Tapogliano, Villesse, Ialmicco, Ruda. In ognuno di questi luoghi va segnalata una tappa di questo viaggio nell’orrore, senza ritorno per due ragazze. E l’accusato non si è trincerato dietro il silenzio, non ha voluto parlare solo in presenza del suo avvocato. Lui, che con la giustizia aveva dovuto pesantemente fare i conti per quella condanna a sei anni scontata per omicidio preterintenzionale, ha scelto la via delle dichiarazioni spontanee. Il magistrato chiedeva di chiarire episodi, lui forniva spiegazioni, anche dettagliate. Impassibile, sicuro di sé. Una sola parola: terribile.

Qualcuno tra gli investigatori che l’ha accompagnato nel viaggio in auto da Padova verso la Questura di Udine e nelle tappe dell’orrore ieri mattina nella Bassa è stato capace di definire il killer: terribile. Lui, descritto dai pochi paesani che lo conoscevano a San Vito al Torre come mite, distinto ed educato quanto basta, ha gettato la maschera. Subito, all’inizio dell’interrogatorio, Berloso ha chiarito una cosa, che andrà naturalmente verificata nelle prossime ore dagli inquirenti. Soldi. Quelle belle ragazze non le uccideva per un’ossessione, per storie legate al sesso, ma solo per una parola: «Soldi». L’obiettivo era rapinarle, intimorendole con la balestra o con un bastone, e poi farle fuori dopo una collutazione, breve vista la disparità di forze in campo tra un uomo di 35 anni con un fisico atletico e le ragazze indifese che, pur adottate diverse precauzioni, certo non si aspettavano di trovarsi di fronte a un vero e proprio mostro. Lui che si presentava al telefono come ragazzo danaroso, gentile e magari inviava loro delle foto dalle quali emergeva il suo bell’aspetto. «Le intimorivo, prendevo i soldi, le macchine e le ammazzavo» ha detto al magistrato. E polizia e carabinieri tiravano intanto le somme ricordando quegli oggetti “femminili” trovati la notte precedente durante la perquisizione nella casa di San Vito al Torre dove il fuggitivo viveva con la madre. Paesi e tappe. Berloso raccontava, e gli inquirenti tracciavano un ideale collegamento tra i paesini della Bassa, a est di Palmanova. Ecco allora il casello di Villesse, dove Berloso aveva incontrato il 10 marzo Ilenia, la vicina casa disabitata dove la giovane era stata rapinata di diecimila euro, compenso dell’ultimo appuntamento, e uccisa. Sempre il casello di Villesse, dove domenica notte il killer pensava di incontrare la sua terza vittima e invece ha cominciato la lunga fuga verso il... carcere.

E poi quel ponte sul Torre tra Tapogliano e Villesse sotto il quale il killer il 20 maggio aveva rapinato e ucciso la 24enne escort romena Diana Alexiu e poi aveva sepolto le due donne. E ancora Ialmicco, la frazione di Palmanova. Qui, dopo una notte passata nei campi sperando di fuggire ai cani poliziotto e persino a un elicottero dell’Esercito dotato di sofisticati sensori di rilevamento notturno del calore, Berloso era uscito allo scoperto prendendo una corriera di linea diretta a Cervignano. Auto chiave. Città chiave della vicenda. Da qui lunedì mattina l’uomo è partito in treno verso Venezia e Padova, qui, il 29 maggio, era stata trovata la BmwX5 con la quale l’altra vittima, la romena 24enne, era giunta in Friuli. Con quella macchinona, sicuro di farla franca, Berloso si è pure spinto fino a Desenzano del Garda per tentare un furto nella casa della sua seconda vittima. Ha raccontato anche questo ai poliziotti, che non aspettavano altro pronti a giocare la carta dell’impronta digitale lasciata dal killer sulla ricevuta del pedaggio autostradale. Balestra nel mais.

Una decina di paesi teatro dei movimenti del killer. Come Crauglio nelle cui campagne, disperato, dopo aver evitato le forze dell’ordine nel cuore della notte, sull’auto utilizzata per gli incontri-omicidi (la grande Punto rubata alla prima vittima, Ilenia) il braccato ha lanciato una delle balestre già cariche e molto probabilmente pronte per il terzo omicidio. L’arma è stata ritrovata ieri verso le 11 in un campo di mais. La difesa. Prima di accompagnare gli inquirenti alla ricerca di quell’arma e della “tomba” dei due malcapitate su quell’argine, Ramon Berloso ha fatto ieri mattina in Questura la conoscenza del suo avvocato, Roberto Mete. Oggi è previsto il primo faccia a faccia tra i due. Il legale è molto prudente non avendo ancora parlato con il suo assistito e conoscendo la pesantezza dei reati di cui è stato accusato. Problemi psicologici. «In questa fase - spiega l’avvocato, che ieri mattina ha accompagnato Berloso nei sopralluoghi sull’argine del Torre e nella campagna di Tapogliano alla ricerca della balestra - è prematuro formulare qualsiasi ipotesi, benchè meno ipotizzare una strategia difensiva».

Di una cosa Mete è convinto: «All’origine di questa storia vi sono problemi di carattere patologico di una certa rilevanza, che vanno adeguatamente approfonditi». L’interrogatorio. Stamattina in carcere l’accusato sarà interrogato dai magistrati di Udine e Brescia. Confermerà quanto detto ieri all’alba nel corso delle dichiarazioni spontanee? Freddo, deciso, scaltro, Berloso, nel corso delle indagini sul delitto Paglavec
del 1993 cambiò decine di versioni. Se ha intenzione di farlo ancora ora però si troverà davanti due cadaveri, un paio di balestre, impronte dappertutto, chilometri di tabulati telefonici. E decine di inquirenti al lavoro da settimane per assicurarlo alla giustizia.
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