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Fu un papa Benedetto a smantellare il Patriarcato di Aquileia

Dagli scritti di don De Biasio riaffiora un documento in marilenghe dell’ultima guida della Chiesa “autonoma” Daniele Dolfin

Il 6 luglio 1751, dopo diversi incontri tra i rappresentanti dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, della Serenissima Repubblica e della Santa Sede, il Papa Benedetto XIV, «servo dei servi di Dio», con la «pienezza del nostro potere apostolico che ci è stato dato, di istituire, trasferire e sopprrimere, se necessario, le chiese patriarcali, arcivescovili e vescovili», emanava la bolla Injuncta Nobis nella quale ordinava: «Sopprimiamo definitivamante e totalmente, nella città e nella Chiesa di Aquileia, dalle fondamenta, interamente e per sempre, la Cattedra patriarcale, la sede, il titolo e il nome, con ogni diritto patriarcale, metropolitano e diocesano finora collegato con la sede ed il titolo e, in aggiunta, il Capitolo della Chiesa stessa, le dignità, i canonici e le prebende, in modo che d’ora in avanti non esista piú un capitolo di quella chiesa patriarcale, Arcivescovile e Cattedrale, e nessun patriarca, arcivescovo e vescovo di Aquileia, né alcuna dignità o canonico possano invocare quella chiesa, totalmente, dalle fondamenta e per sempre soppressa e distrutta».

Una condanna all’oblio senza pietà cristiana. Con la soppressione del Patriarcato di Aquileia e la contestauale erezione, col “motu proprio” Sacrosantae militanti Ecclesiae del 1752, dell’Arcidiocesi di Gorizia cui seguí, l’anno successivo, quella di Udine, il «servo dei servi» Benedetto XIV si toglieva un bel peso dallo stomaco, visto che – come era scritto nella bolla - «il problema molto grave del Patriarcato di Aquileia» lo angustiava fin dai primi anni del suo pontificato, tanto che lo aveva subito preso di petto, per risolverlo definitivamente a vantaggio delle anime di quella immensa diocesi, ma anche, ammetteva con aggiuntiva preoccupazione, per poter godere di una certa libertà nel governo spirituale della Chiesa intera.

Quella del Patriarcato di Aquileia infatti era la diocesi piú vasta d’Europa, dai primi del ’500 percorsa dal confine che separava il territorio della repubblica veneta da quello, «a parte imperii» dell’impero asburgico, con la paradossale anomalia di vedere la sede patriarcale di Aquileia sotto l’austriaco dominio, e la persona del patriarca sotto il controllo della Serenissima. Una sorta di strabismo politico-ecclesiastico, con la Serenissima che, sfruttando un espediente canonico (la nomina dei coadiutori del patriarca con diritto di successione) si assicurò il monopolio del titolo di patriarca, mentre gli austriaci, da parte loro, soprattutto a partire da Ferdinando II(1619-1637) rispondevano impedendo al patriarca l’esercizio della sua giurisdizione sulla parte della propria diocesi in territorio austriaco, che ne copriva i due terzi della intera superficie.

Il problema, nonostante che per un certo periodo di tempo gli incontri delle diverse diplomazie avessero assicurato un certo equilibrio dei rapporti, si fece ancor piú grave quando, nell’ottobre del 1736, la reggenza di Graz proibí ai suoi sudditi di rivolgersi, per le faccende spirituali, a Udine e, quindi, al patriarca.

A questo punto, Roma aveva capito bene che doveva fare i conti con un confine, quello tra il pubblico e l’ecclesiastico, che scivolava verso il primo e, soprattutto, dopo la guerra tra Venezia e l’Austria, verso quest’ultima. La «dismembratio» del Patriarcato sembrava dunque a Roma, sia per spirituali ragioni sia per meno nobili ragioni politiche, che in realtà facevano aggio alle prime, una cosa accettabile, purché fosse salva la forma, ovvero si seguisse una regolare procedura.

Il primo, decisivo passo in questa direzione fu la lettera Omnium Ecclesiarum sollecitudine del 29 novembre del 1749, con la quale il papa istituiva una Amministrazione apostolica sul territorio della casa d’Austria, cui seguí, il 27 giugno dell’anno successivo, la nomina del vicario nella persona di Carlo Michele d’Attems.

La Serenissima non era di certo stata con le mani nelle mani, ma l’antica potenza che si riverberava nei palazzi veneziani ormai era un lontano ricordo, e la sua voce era flebile, troppo flebile, almeno dal punto di vista politico. Il cardinal Rezzonico – futuro papa Clemente XII – perorava a Roma le ragioni della Serenissima, ma con scarso successo. Né a meglio sortivano le lamentazioni di parte friulana: in una missiva del 1749 al veronese don Pietro Ballerini, estensore di un memoriale anti-imperiale, il canonico udinese Francesco Florio deprecava senza mezzi termini l’augusta, pontificia decisione con la quale «tutto in sostanza si dona alla Corte di Vienna e tutto si toglie di fatto al patriatrca», e tutto questo dovuto a uno zelo certo ispirato alle «piú pie e rette intenzioni», ma foriero di gravi conseguenze sulle sorti della millenaria diocesi.

Nel mezzo, tra tanti potenti contendenti lui, il povero patriarca Daniele Dolfin, chiamato dalla Divina Provvidenza a sostenere la difficile prospettiva d’essere l’ultimo dei patriarchi, deciso comunque ad andare fino in fondo per salvare il suo gregge dallo smembramento. Proprio per cercare di distogliere il papa da quelle decisione, il Dolfin patriarca inviava, il 9 luglio del 1749, una lettera a papa Benedetto nella quale, retoricamente, si chiedeva se una decisione del genere fosse stata presa per suo demerito o «per altri esterni motivi, che non dovrebbero influire in questo punto», chiudendo la missiva con una affermazione che non lasciava dubbi sulla sua decisione: «Protesto però davanti a Dio, e Vostra Beatitudine che farò mai sempre di tutto per divertire il colpo e salvare il mio gregge».

Il patriarca aveva tentato tutte le strade per salvare il suo gregge, anche quella della marilenghe. Lo sappiamo in quanto nel 1973 don Luigi De Biasio, bibliotecario del Seminario Arcivescovile di Udine aveva trovato, all’interno del Liber Pontificalis un foglietto con una formula di concessione d’indulgenza ai fedeli; un documento corrente, per quei tempi, se non che l’interesse stava tutto nel fatto che era redatto in lingua friulana: «L’eminentissin e Reverendissin Monsior Danel par divine misericordie dal titul di Sante Marie sore Minerve Predi Cardinal Patriarchie Dolfin dà e concet a dug chei che son chi presinz cent dis d’indulgenze secont il costum de nestre Sante Mari Glesie. Preait il Signor Iddio pe’ felicitat dal nestri Sommo Pontifiz papa pe’ nestre Serenissime Republiche par so sioríe Eminentissime e Reverendissime e pe’ esaltazion de nestre Sante mari Glesie».

È troppo, ritenere che – come fa il De Biasio – questa benedizione fosse utilizzata anche in chiave “politica” dal patriarca Dolfin per difendere strenuamente l’integrità della sua antichissima Chiesa? Se supponiamo che la formula in marilenghe servisse a dimostrare e rafforzare, oltre all’unità linguisitca della diocesi patriarcale, anche la sua integrità territoriale e la sua autonomia religiosa?
Il patriarca dovette alla fine inchinarsi davanti alla region di Stato e di Chiesa, magari pretendendo (e sognando), come ci racconta Elio Bartolini nel suo splendido romanzo Pontificale in San Marco, di celebrare un pontificale nella basilica di San Marco con l’antico rito patriarchino. Nel romanzo di Bartolini, il curiale pontificio che gli fa visita per comunicare la decisione papale avanza però il sospetto che la pretesa del patrarca possa essere una «ostentazione di pretese autocefale, se non sismatiche», ma il Dolfin lo rassicura: «Un ultimo pontificale, appunto, monsignore. E anche questo torni a maggior gloria dell’unica Chiesa che ormai professiamo: Santa, Cattolica, Apostolica» aggiungendo, dopo un’ultima esitazione: «E Romana».

Il sogno dolfiniano, nel romanzo di Bartolini, non si avvererà. Certo, né il patriarca Dolfin né Bartolini avrebbero mai pensato che quasi tre secoli dopo sarà un altro papa, questa volta Benedetto XVI, a celebrare, nel corso del convegno ecclesiale del Nord-Est del maggio 2011, un pontificale (perché non riesumare,
per l’occasione, l’antico rito patriarchino?) non a San Marco, bensí nella gloriosa basilica patriatrcale di Aquileia, assieme a tutti i vescovi delle storiche diocesi, un tempo riunite in quel Patriarcato, soppresso per mano di un altro Benedetto Papa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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