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Dai monti a Dachau
le confessioni
di un prete patriota

Storie e memorie. Done Erino D'Agostini, nato a Bressa, sarà ricordato a Santa Marizza di Varmo in una cerimonia per il centenario della nascita.

«Se riusciamo a tornare a casa faccio costruire una chiesa accanto alla Tessitura». Questo il voto, confidato nel '45 a Dachau dall'imprenditore Paolo Spezzotti al prete partigiano don Erino D'Agostini, compagno di internamento. Da quell'inferno sono tornati e la chiesa, dedicata a Sant'Anna, nome della madre di Spezzotti, venne costruita a Paparotti e benedetta dallo stesso sacerdote, ex deportato, nel 1948 (è stata l'unica chiesa della borgata fino al 1994 quando è sorta la parrocchiale). L'episodio riecheggia nelle memorie dell'ex imprenditore tessile (“La marcia da Dachau a Udine”) pubblicate due anni fa. Non ne fa cenno invece don Erino i cui ricordi (nel libro “Dalla montagna a Dachau”, uscito nel 1981, tre anni prima della scomparsa dell'autore) si fermano alla liberazione, 29 aprile 1945, quando nel lager nazista irruppero i soldati americani del generale Patton. Ma oggi più che di Spezzotti - che peraltro, proprio dopodomani, 4 agosto, compie 97 anni (auguri!) - parliamo di D'Agostini il quale, se fosse stato altrettanto longevo, al traguardo del secolo ci sarebbe arrivato in questi giorni. Il centenario della nascita (12 luglio 1911) è appena trascorso, ma il prete partigiano e deportato sarà ricordato domenica 14 agosto, in occasione del Perdon dell'Assunta, a Santa Marizza di Varmo, l'ultimo paese di cui è stato parroco, con l'intitolazione, a suo nome, della piazzetta della chiesa.

A “don Erino D'Agostini (Unio), cappellano di Canal di Grivò”, è stato dedicato uno dei capitoli del noto libro “Preti patrioti” che don Francesco Cargnelutti scrisse già nel 1947. Il non dimenticato insegnante di religione dello Zanon racconta l'arresto di don Erino, i suoi due mesi e mezzo trascorsi in via Spalato (dove ebbe modo di confortare i 23 fucilati dell'11 febbraio '45); la successiva partenza, il 24 febbraio, per Dachau; e l'arrivo, dopo quattro giorni di viaggio in carri bestiame. Per due mesi in quel campo di sterminio don Erino, «sfidando spesso punizioni corporali, si recava di baracca in baracca a recitare una prece per i morituri, a sostenere spiritualmente i più sofferenti, senza chiedere la nazionalità o la fede politica». Sempre vicino a un gruppo di friulani, tra i quali, oltre a Spezzotti, Faustino Barbina, Egidio Zoratti e il colonnello Morra.

A parlare di pre' Rino è oggi il nipote Graziano, figlio di un fratello del sacerdote, Raffaele, aviatore nell'ultima guerra, mancato nel 2009 (ma la madre, Maria Odorico, c'è ancora: vive a Varmo con la figlia, che porta il nome di Erina, e tra pochi giorni compirà 90 anni). Graziano, nato a Rivignano nel 1946, ha seguito come il padre la passione per l'Arma Azzurra.

Diplomato al Malignani, si è arruolato a Milano nel 1968 come ufficiale di complemento nell'Aeronautica militare e ha acquisito la specializzazione di controllore del traffico aereo. Dall'esercito nel 1980 è passato al civile, fino al pensionamento nel 2005. Abita a Concorezzo (Monza) con la moglie Anna Luisa Vergani e la figlia Benedetta, di 27 anni, brasiliana di nascita, adottata grazie a un missionario. Anche se dal 1970 vive in Lombardia, Graziano non ha mai perso i contatti con i parenti friulani ed è tuttora, assieme alla madre, il principale cultore delle memorie di famiglia. Che vedono in primo piano, ovviamente, il prete patriota (del quale il nipote ha bellissimi ricordi, fin da bambino, quando «mi portava - racconta - con la sua grossa moto in Carnia dove era parroco»).

Nato a Bressa di Campoformido e cappellano - quando fu arrestato - a Canal di Grivò, zona “calda” della guerra partigiana, don Erino ha vissuto tre momenti: la guerra di liberazione in montagna, la detenzione a Udine e poi a Dachau, l'attività parrocchiale nel dopoguerra (a Trivignano, Monteprato di Nimis, Osais di Prato Carnico e Santa Marizza di Varmo). Come accennato, la parte cruciale, quella della guerra, era già stata narrata nel libro “Preti patrioti”, opera fondamentale per capire quello che è stato l'apporto della Chiesa friulana alla Resistenza (dalla “mente direttiva” don Moretti al cappellano don Bello, l'unico sopravvissuto dei venti sacerdoti “raccontati” da don Cargnelutti). Il libro di don Erino però non è soltanto «la testimonianza di un prete italiano negli anni 1943-'45», come recita il sottotitolo, ma un emozionante diario di sofferenza e sentimenti. Una sorta di realistiche e accorate “Mie prigioni” di memoria scolastico-risorgimentale. Sono pagine di grande intensità, sia quelle sulla vita partigiana (come la fucilazione di Orietta, la ragazza vestita di bianco, presunta spia dei tedeschi), sia quelle sulla prigionia a Dachau (gli incontri clandestini tra preti: “Sacerdos sum...” si contattavano parlando in latino).

«Il ricordo non impedisce il perdono» dice l'autore nella premessa. E aggiunge: «Ricordare non è occasione per rinfocolare odi e divisioni, ma per esaltare, specialmente per le giovani e future generazioni, valori morali, spirituali, ideali di giustizia, d'indipendenza, di pace, di collaborazione, di cristiana fratellanza». «La sua – scrive nella prefazione il professor Arturo Toso – è stata una partecipazione cosciente, sacerdotale, al martirio del suo popolo, con l'intento di alleviarne i dolori, di affratellarne le anime oltre le ideologie. Sotto ogni divisa, abito, fazzoletto don Erino ha visto l'umanità». Va ricordato che don D'Agostini accettò, come don Bello, la nomina a cappellano militare delle formazioni Garibaldi – Osoppo appunto senza badare alle etichette politiche e quando entrò nel mirino dei nazisti avrebbe potuto ottenere, come altri sacerdoti, i cosiddetti “arresti domiciliari” in seminario, ma preferì seguire la sorte degli altri patrioti prima nell'”anticamera” di via Spalato e poi nei luoghi di deportazione.

A cento anni dalla nascita di pre' Rino, il nipote Graziano riprende i significati del

percorso terreno e dell'eredità lasciata dallo zio. Anche lui afferma «che fu uomo di patria e, come prete, messaggero di fede oltre gli steccati. Il suo libro – conclude – meriterebbe di essere ristampato, anche per onorare i 150 anni dell'unità d'Italia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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